Posts Tagged ‘Sinistra’

Obama cambierà anche noi europei

gennaio 22, 2009

Mi permetto di pubblicare la mia lettera uscita oggi:

Barack Hussein Obama si è insediato come 44º presidente degli Stati Uniti d’America. L’evento è definito epocale.
Penso che lo sia veramente. Non solo per il fatto che Obama è un uomo di colore e realizza in parte il sogno di Martin Luther King, riproponendo con forza in tutto il mondo, anche in Italia, il problema della discriminazioni delle minoranze e l’affermazione dei diritti civili delle persone. Non solo perché ha 47 anni, fatto che soprattutto in Italia desta un rassegnato stupore. Non solo perché ha saputo ridare, grazie alle sue capacità, al suo merito, fiducia nella partecipazione politica, soprattutto nei giovani, e riaccendere la speranza nelle capacità di ciascun individuo di costruire il proprio futuro sulla base di responsabilità ed impegno.
L’evento è epocale perché sigla la fine di un lungo periodo iniziato con la presidenza di Ronald Regan negli Usa e di Margaret Thatcher in Inghilterra che ha contagiato tutto il mondo.
Lunghi anni in cui si diceva che tutto ciò che era pubblico e statale (o regionale, provinciale, comunale) era dannoso e negativo. Il mercato doveva essere completamente libero, soprattutto da controlli statali e da regole che lo avrebbero indebolito. Si diceva: il mercato si autoregolamenterà.
Abbiamo visto come è andata a finire. Questa idea di fondo ha portato alla più grande crisi finanziaria ed economica dal 1929 ad oggi, crisi di cui siamo solo all’inizio. E’ stata fatta una politica basata sul taglio delle tasse ai ricchi e sull’aumento delle diseguaglianze sociali, anche in Italia. Adesso ci accorgiamo che la gente non ha più soldi per acquistare prodotti, i negozi sono vuoti o chiudono e le imprese, grandi e piccole, non possono produrre e devono licenziare. Qualcuno in Italia ci dice di non preoccuparci e di continuare a comprare ma per fortuna non è preso troppo sul serio.
E’ iniziata una politica estera basata sullo scontro unilaterale tradotta in guerre che hanno portato solo altra instabilità e rafforzato il nemico che si voleva combattere. E’ stato il periodo in cui si è soffiato sulla paura del diverso.
Barak Obama esprime benissimo la fine di questa epoca. La necessità di cambiare partendo dalle abitudini di tutti i giorni.
La necessità di puntare sulla qualità della vita e non sulla quantità. Sulla responsabilità e non sulle veline se vogliamo mantenerci al passo con gli altri paesi occidentali. Ammettendo le difficoltà e gli errori, perché tutti possono sbagliare e, come dice il neoeletto presidente degli Usa, intelligente è ammetterlo, non negarlo.
Chiusa l’epoca della paura, si apre quella della speranza e della fiducia la cui influenza contagerà tutto il mondo, esattamente come l’epoca precedente.
Antonio Maria Ricci segretario cittadino del Pd di Pavia
Da la Provincia Pavese 22.01.09

barack obama

LA LEZIONE DI CARLO ROSSELLI: SOCIALISMO LIBERALE CONTRO IL LIBERISMO SELVAGGIO

gennaio 18, 2009

La premessa da cui partiamo è che in un paese come l’Italia che appartiene a pieno diritto all’Europa, lo spazio della sinistra alternativa alla desta non può essere che quello del socialismo democratico e, va da sé, liberale. Però è già stato osservato, a mio parere giustamente, che nella frantumazione, per non parlare dello spappolamento, del nostro sistema politico, sembra che ci sia posto ormai soltanto per partiti sempre più piccoli, che in continua rissa fra di loro si fanno e si disfano da un giorno all’altro nella quasi totale indifferenza di coloro che dovrebbero esserne i destinatari. L’unico partito per il quale sembra non ci sia più posto è un partito socialista unitario e a vocazione maggioritaria, come c’è negli altri paesi dell’Europa di Maastricht. Quali siano le ragioni per cui in Italia un grande partito socialista non ha mai avuto diritto di cittadinanza in questi ultimi cinquant’anni, è stato un argomento sul quale si potrebbe raccogliere una intera biblioteca. Ma da questa ineccepibile constatazione non si può trarre che una sola conseguenza: se di un grande partito socialista che occupi tutto o quasi tutto lo spazio della sinistra non c’è mai stata traccia nel nostro paese, e i partiti socialisti sono sempre stati incredibilmente più di uno in concorrenza fra loro, l’impresa cui ci accingiamo non è facile, anzi, diciamolo pure con tutta franchezza e col dovuto senso di responsabilità, difficilissima. Il che non vuol dire che non debba esser tentata, specie nel momento in cui un socialismo troppo rigido e uno, all’estremo opposto, troppo flessibile, dovrebbero aver imparato una severa lezione dalla loro sconfitta.

L’omaggio a Carlo Rosselli è già di per se stesso la testimonianza che il socialismo illiberale, che per anni ha ristretto lo spazio del socialismo democratico in Italia, contro il quale Rosselli aveva lungamente combattuto, è stato ormai definitivamente abbandonato. Però occorre riflettere sul fatto che la situazione oggi è rispetto a quella di Rosselli completamente cambiata, per non dire rovesciata.

Il fronte contro il quale il socialismo democratico di oggi deve schierarsi non è più quello del socialismo pervertito da restituire ai suoi principi in nome della libertà, ma, in nome della giustizia sociale, quello del liberalismo trionfante. Se il socialismo liberale era nato per rivendicare i diritti di libertà contro un socialismo diventato dispotico, il socialismo liberale di oggi deve difendere i diritti sociali, come condizione necessaria per la migliore protezione dei diritti di libertà, contro il liberismo anarchico. Come si legge nell’Introduzione al Manifesto del Partito del socialismo europeo: “Diciamo si all’economia di mercato, ma no alla società di mercato.

Tu hai pubblicato in questi giorni un libro in cui hai revocato il dibattito ospitato dalla rivista da te diretta e lo hai intitolato “Le Cassandre di Modoperaio”. Permetti a uno dei partecipandi a quel dibattito, quale sono stato io, di continuare a fare la parte ingrata della Cassandra, una parte che del resto è sempre stata la mia vocazione.

Per dare nuova forma e nuovo contenuto a un grande partito socialista, oggi non basta ricostituire la sinistra. Occorre prendere atto che nel nostro paese sta attraversando una crisi gravissima lo stesso istituto del partito politico. Come è capitato spesso nella storia del nostro paese, è avvenuto in breve tempo il passaggio da un estremo all’altro, dalla cosiddetta partitocrazia a una situazione che con un neologismo si potrebbe chiamare “partitopenia”.

I partiti che si vengono formando oggi in Italia non hanno più nulla del partito nel senso originario della parola. Sono raggruppamenti personali e occasionali che stanno avendo un unico effetto, quello di far aumentare l’astensione elettorale, cioè il partito dell’antipartito. Il nuovo partito di sinistra deve affrontare dunque una duplice crisi, non solo quella del socialismo da ricostituire, ma anche quella della istituzione “partito”, la cui crisi inceppa addirittura il regolare funzionamento della nostra democrazia.

Però, un problema alla volta.
Coi più cordiali saluti a tutti e auguri di buon lavoro.
NORBERTO BOBBIO

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Democratici sempre in allarme

gennaio 8, 2009

“Quando parliamo di democrazia, non ci riferiamo soltanto a un insieme di istituzioni, ma indichiamo anche una generale concezione della vita. Nella democrazia siamo impegnati non soltanto come cittadini aventi certi diritti e certi doveri, ma anche come uomini che debbono ispirarsi a un certo modo di vivere e di comportarsi con se stessi e con gli altri.
Come regime politico la democrazia moderna è fondata sul riconoscimento e la garanzia della libertà sotto tre aspetti fondamentali: la libertà civile, la libertà politica e la libertà sociale. Per libertà civile s´intende la facoltà, attribuita ad ogni cittadino, di fare scelte personali senza ingerenza da parte dei pubblici poteri, in quei campi della vita spirituale ed economica, entro i quali si spiega, si esprime, si rafforza la personalità di ciascuno. Attraverso la libertà politica, che è il diritto di partecipare direttamente o indirettamente alla formazione delle leggi, viene riconosciuto al cittadino il potere di contribuire alle scelte politiche che determinano l´orientamento del governo, e di discutere e magari di modificare le scelte politiche fatte da altri, in modo che il potere politico perda il carattere odioso di oppressione dall´alto. Inoltre, oggi siamo convinti che libertà civile e libertà politica siano nomi vani qualora non vengano integrate dalla libertà sociale, che sola può dare al cittadino un potere effettivo e non solo astratto o formale, e gli consente di soddisfare i propri bisogni fondamentali e di sviluppare le proprie capacità naturali.
Dietro la libertà civile c´è il riconoscimento dell´uomo come persona, e quindi il principio che società giusta è soltanto quella in cui il potere dello stato ha dei limiti ben stabiliti e invalicabili, e ogni abuso di potere può essere legittimamente, cioè con mezzi giuridici, respinto, e vi domina lo spirito del dialogo, il metodo della persuasione contro ogni forma di dogmatismo delle idee, di fanatismo, di oppressione spirituale, di violenza fisica e morale. Dietro la libertà politica c´è l´idea della fondamentale eguaglianza degli uomini di fronte al potere politico, il principio che dinanzi al compito di governare, essenziale per la sopravvivenza stessa e per lo sviluppo della società umana, non vi sono eletti e reprobi, governanti e governati per destinazione, potenti incontrollati e servi rassegnati, classi inferiori e classi superiori, ma tutti possono essere, a volta a volta, governanti o governati, e gli uni e gli altri si avvicendano secondo gli eventi, gli interessi, le ideologie. Infine, dietro la libertà sociale c´è il principio, tardi e faticosamente apparso, ma non più rifiutabile, che gli uomini contano, devono contare, non per quello che hanno, ma per quello che fanno, e il lavoro, non la proprietà, il contributo effettivo che ciascuno può dare secondo le proprie capacità allo sviluppo sociale, e non il possesso che ciascuno detiene senza merito o in misura non proporzionata al merito, costituisce la dignità civile dell´uomo in società.
Il cammino della democrazia non è un cammino facile. Per questo bisogna essere continuamente vigilanti, non rassegnarsi al peggio, ma neppure abbandonarsi ad una tranquilla fiducia nelle sorti fatalmente progressive dell´umanità. Oggi non crediamo, come credevano i liberali, i democratici, i socialisti al principio del secolo, che la democrazia sia un cammino fatale. Io appartengo alla generazione che ha appreso dalla Resistenza europea qual somma di sofferenze sia stata necessaria per restituire l´Europa alla vita civile. La differenza tra la mia generazione e quella dei nostri padri è che loro erano democratici ottimisti. Noi siamo, dobbiamo essere, democratici sempre in allarme”.
Norberto Bobbio (Torino, 18 ottobre 1909 – Torino, 9 gennaio 2004) 1958 da la rivista ” Risorgimento”.

norberto-bobbio

Delusione e speranza

gennaio 6, 2009

Sono deluso. Sono deluso di quello che succede nel PD a Napoli. Mi chiedo come è possibile che chi da 15-20 è in politica, ha fatto e avuto molto, faccia qualsiasi cosa per rimanere sulle sue poltrone nonostante sia evidente a tutti che si debba ritirare.  Iervolino e Bassolino incarnano il male tremendo della politica italiana. Il potente che per troppo tempo ha avuto in mano le leve del potere, creando ramificazioni profonde e che pur di mollare preferisce distruggere tutto.

Mi risuonano nella mente le parole di Mario Pirani oggi su La Repubbliaca: ” E´, dunque, dalle fondamenta che bisogna partire, approfondendo l´analisi di Berlinguer e individuando le ragioni di quell´espandersi del potere politico dagli ambiti suoi propri (il Parlamento, l´Esecutivo, i consigli elettivi e le giunte degli enti regionali e locali) alla prorompente occupazione e gestione diretta di ogni spazio pubblico e parapubblico. Al punto che, quando questo spazio è apparso insufficiente per accontentare la colonizzazione forzata messa in atto dalle orde crescenti dei nuovi «conquistadores», se ne sono inventati dei nuovi. Sono sorti così negli anni recenti migliaia di enti inutili, organismi di presunte promozioni, fotocopie di comodo degli assessorati già esistenti, duplicati di funzioni e quant´altro l´inventiva partitocratica è riuscita ad immaginare. Questa “razza” partitocratica, impropriamente definita classe dirigente, è paragonabile ad una pianta parassitaria infestante che ha trovato un particolare terreno di coltura nel regionalismo spurio e nel localismo trionfante, frutto della riforma del Titolo V della Costituzione. Il federalismo sconnesso che ne è seguito e che perverrà al suo massimo quando il resto della riforma andrà in porto, con compiacimento massimo dei suoi autori e fruitori, renderà ancor più penetranti e abbarbicate le radici della malapianta”.

Mi apre il cuore la sua conclusione, la conclusione di chi ha vissuto momenti difficili nella sua vita e di chi sa cosa significa lottare per un ideale: ” Chi, come il sottoscritto, ha maturato una visione così desolante della realtà italiana, non riesce ad essere ottimista sul futuro prossimo. Eppur tuttavia una speranza di ripresa esiste: essa risiede nel dna non cancellato di quel popolo democratico e repubblicano, memore della nostra Storia e geloso dei valori costituzionali, in non poche occasioni riemerso inopinatamente. Se nel Pd esiste ancora un nucleo,  grande o piccolo,  in grado di riproporre la liberazione e, per quanto riguarda le amministrazioni riformiste, l´auto liberazione, della cosa pubblica allargata dalla occupazione partitocratica di sinistra e di destra, ebbene questo nucleo può sperare ancora di rovesciare la situazione. Non senza duri scontri all´interno e all´esterno del suo campo d´influenza. Qui è il nodo anche della cosiddetta questione morale”.

Resistere, resistere, resistere!

Disugualianza e riformismo

gennaio 4, 2009

Devo dire che ho apprezzato molto l’intervento di Veltroni alla direzione nazionale del Pd il 19.12.09.
Soprattutto l’inizio del suo discorso:
“Disuguaglianza sociale. Il dramma più grande che l’Italia oggi sta vivendo è contenuto in queste due parole. Disuguaglianza sociale. E’ questa la grande, moderna questione che si pone, oggi, di fronte a noi. Colpevole non vedere, non rendersene conto. Imperdonabile non sentire bruciante, sulla nostra pelle, per le nostre coscienze, il dovere di offrire risposte a questa realtà”.

Siamo di fronte ad una crisi globale e problemi di queste dimensioni non si affrontano soltanto con specifici provvedimenti se alle loro spalle non c’ è una scelta culturale, un “visone del mondo”. Qual’è quella del PD?
Ebbene, è questa: combattere la disuguaglianza sociale con tutti i mezzi che la politica è in grado di mobilitare.
Il messaggio del come e con che calendario è altrettanto chiaro: bisogna usare la leva del bilancio, la politica monetaria non basta più. E’ necessario alleggerire il peso fiscale sul lavoro e sulle famiglie con effetti duraturi, per estendere alla massa di lavoratori precari la cassa integrazione, per istituire un sostegno di disoccupazione che duri almeno due anni. Nello stesso tempo occorre approvare un piano di rientro graduale del deficit nei limiti europei.
Parole molto chiare anche sulla questione morale. Anzi chiarissime. Meglio perdere voti piuttosto che imbarcare vecchi e nuovi capibastone.
Altri punti sono stati toccati: scuola e università, riforma della giustizia, energie alternative al petrolio, regole di mercato a tutela della concorrenza e delle pari opportunità sociali.
Sulle alleanza il discorso è stato meno chiaro ma non poteva che essere tale. E’ necessario continuare a rilanciare il riformismo democratico e continuare ad acquisire fisionomia lavorando sulle questioni piuttosto che su alleanze in provetta.
Forse sul termine riformismo c’è qualche confusione cha va chiarita. Riformismo non vuol dire AVER SEMPRE UN ATTEGIAMENTO MODERATO, NON ENTRARE IN POLEMICA CON L’AVVERSARIO, CON LA CHIESA, E CON I POTERI FORTI; IRRIDERE ALLA QUESTIONE MORALE E DISPREZARE OGNI FORMA DI RADICALISMO. Non è questo il riformismo. Il riformismo è progettare riforme per la società italiana.

clochard

Buone feste!

dicembre 26, 2008

“L’Illuminismo è l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a sè stesso. Minorità è l’incapacità di valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro. Imputabile a sè stessa è questa minorità, se la causa di essa non dipende da difetto di intelligenza, ma dalla mancanza di decisione e del coraggio di far uso del proprio intelletto senza essere guidati da un altro. Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza! E’ questo il motto dell’illuminismo”.

(I. Kant, Risposta alla domanda: che cos’è l’illuminismo?, in Scritti politici e di filosofia della storia e del diritto di Immanuel Kant, a cura di N. Bobbio, L. Firpo e V. Mathieu, U.T.E.T., Torino, 1965, p. 141)

In questo periodo di paura, incertezza, insicurezza, mancaza di punti di riferimenti, l’augurio è che l’uomo ritrovi il coraggio di costruire con la sua intelligenza il suo futuro. Dipende solo da noi. Dalle nostre capacità e dalla speranza che abbiamo per i nostri figli. guardare al futuro con ottimismo perchè il futuro è nelle nostre mani!

Lumi nella notte dell'ignoranza!

IL FUTURO DEL PD IN QUATTRO MOSSE

dicembre 3, 2008

“Vorrei dire due parole sulle vicende del partito democratico. Alfredo Reichlin ha scritto sull´argomento cose che condivido pienamente. Non è la prima volta. Che i problemi del Pd si riducano a una partita tra Veltroni e D´Alema è una loro rappresentazione caricaturale. La tentazione di giocare ai guelfi e ghibellini credo sia più viva in alcuni dei loro «seguaci». Ma quella tentazione diventa forte quando nel partito langue il discorso sui veri problemi della politica.
La novità del partito democratico è consistita nella vittoriosa intuizione di Walter Veltroni sull´esistenza di una vasta domanda politica riformista liberata dalle pastoie di una sinistra paralizzante. Il grande popolo del Circo Massimo l´ha resa evidente. Il problema del Pd sta tutto nella risposta
Diceva Joseph Schumpeter che ogni seria analisi è subordinata a una «visione», a una interpretazione del mondo in cui ci si muove: del presente come storia. Senza visione non si sa dove si va. Si rischia di perdersi. Di diventare, realmente, «visionari».
Purtroppo, a me pare che nel partito democratico difettino e la visione e l´analisi. Il che rischia di rendere la sua funzione di opposizione inefficace. Di contestare puntigliosamente anche le cose buone proposte dal governo e di non essere capace di opporgli un progetto che le trascenda, appiattendosi su una solidarietà incondizionata anche alle reazioni corporative e conservatrici. Come mi pare avvenga sul problema della scuola, sul quale Mario Pirani ha scritto in modo eccellente.
Un esempio macroscopico di questo comportamento politicamente passivo è la balzana idea di inseguire il successo leghista creando un partito del Nord, e dando così un contributo alla decomposizione di quel poco di unità nazionale che è stato possibile realizzare in questi ultimi centocinquant´anni.
Il partito democratico attraversa una fase che io spero sia di assestamento e che però rischia di diventare di scollamento. Di solito, in questi casi, si invoca ritualmente un Congresso. Come se sia sufficiente radunare il popolo a discutere, senza sapere di che cosa. I leader del partito hanno il dovere di proporre i temi. Poi, ben venga il Congresso e la contrapposizione democratica.
In proposito vorrei sollevarne quattro. Chiamerei il primo il tema del mercatismo compassionevole. Una crisi di grandi proporzioni sta investendo l´economia. Da essa risulta il fallimento clamoroso della pretesa fondamentale del neoliberismo che ha caratterizzato un ciclo trentennale: l´autoregolazione dei mercati. Si pone alla sinistra riformista il compito di una risposta: come quella del riformismo keynesiano e socialdemocratico nella precedente fase di capitalismo ben temperato. E´ ovvio che le ricette di allora, basate sulla centralità dello Stato nazionale, non possono essere automaticamente applicate in una condizione di globalizzazione mondiale. Un nuovo sistema di regolazione, non di gestione politica dell´economia, va costruito come risposta a una crisi devastante. Qual è la reazione dei cultori del pensiero unico neo liberista? lo Stato paghi i guasti della crisi, e si guardi dall´interferire nel Mercato. Ora, che questa arrogante pretesa sia avanzata dalla destra, non deve sorprendere. Il fatto è che riscuote consensi da neofiti liberisti di sinistra.
Secondo tema. Il modo di fare opposizione. E´ invalsa tra i cosiddetti liberali, ma anche tra alcuni cosiddetti socialisti, la denuncia dell´antiberlusconismo. Ho ricordato prima l´opportunità che l´opposizione recepisca anche proposte del governo nel quadro di un progetto riformista: ce ne sono. Ma sull´antiberlusconismo si dovrebbe essere intransigenti. Sul gigantesco conflitto d´interesse su cui lo strapotere dell´attuale Premier si fonda. Sullo stile italiota dei frizzi e dei lazzi che arreca danni fatali a un paese che tanti stranieri associano ancora al mito di Pulcinella. Terzo tema. Il governo della cattolicissima Spagna ci sta spiegando la lezione di una politica laica.
Quarto e ultimo punto (per ultimo, non da ultimo). Non so come si chiuderà la tormentosa questione del rapporto tra il Partito democratico e il Partito socialista europeo. Staremo a vedere.
Io per me ho deciso di morire socialista. Data l´età, non si tratta di un impegno di lunga lena. E non gli do una particolare enfasi. Solo un segno di continuità. Non riesco invece a capire l´enfasi con la quale annunciano di non volere morire socialiste persone, per carità, degnissime, che sono morte e risorte più e più volte, sotto diverse bandiere”.  GIORGIO RUFFOLO

Penso non ci sia molto da aggiungere!

La lezione di Obama

novembre 15, 2008

La vittoria di Obama vista da noi suscita entusiasmo ed impotenza.
Entusiasmo per il senso (così liberatorio) di una vera e propria spallata politica e democratica al vecchio e muffito assetto del potere americano, compromesso dalle menzogne di Bush e dall’opprimente fanatismo ideologico dei teocon.

Impotenza perché come democratici italiani, ci si sente esclusi dal cambiamento, frustrati dalla sequela di sconfitte e di errori.
E’ un sentimento comprensibile.
Ma vale la pena ricordare che anche negli Stati Uniti per lunghi anni  Il desiderio di equità sociale e le speranze di una svolta democratica sono apparsi solo un sogno, o peggio il retaggio di un passato ormai patetico.

La sinistra appariva vecchia, surclassata dal dinamismo della desta capace
di fare apparire nuovi anche decrepiti vizi come l’affarismo d’assalto, l’arrichimento a scapito degli altri, la forte e ambigua alleanza tra potere politico e lobbies militari.
La sconfitta dei democratici americani era anche culturale e mediatica: l’idea che la sinistra fosse minoritaria perché radical-chic, legata ai ceti intellettuali urbani e oramai lontana dal popolo, ha finito per diventare la raffigurazione corrente del paesaggio politica americano.
Il trionfo di Barack Obama fa capire quanto bugiarda e pregiudizievole fosse quell’idea, la cosiddetta America profonda non era affatto appannaggio dei conservatori. Era l’America povera che non votava e non aveva voce. E l’ha ritrovata grazie al nuovo presidente e ai suoi programmi, alla sua fiduciosa e suadente oratoria.
Se mi permetto di invitare i lettori, e pure me stesso, ad avere almeno un briciolo di fiducia in più, a credere che l‘Italia non sia condannata in eterno alle attuali condizioni politiche e soprattutto etiche é perché ci sono forti similitudini soprattutto psicologiche tra la situazione americana pre-Obama e la nostra attuale.

Anche da noi la destra ha avuto la capacità prapagandistica di far credere che “popolari” siano le sue istanze e la sinistra sia un’accolita di professorini privilegiati.
Non e questa la realtà ma e l’immagine che ha finito per prevalere e diventare quasi luogo comune.
Obama l’ha ribaltata parlando a tutti ma soprattutto ai deboli e agli sfiduciati. La democrazia serve al popolo. Questo il succo del suo messaggio.

Nell‘attesa di una buona traduzione in italiano, arrendersi più che sbagliato, é inutile. Non serve a migliorare le cose. Serve solo a peggiorare l’umore.
Michele Serra
obama

L’insuccesso dell’iperliberismo economico

settembre 22, 2008

Scrive Fedrico Rampini su La Repubblica del 22.9.8:

“…Da questa grande crisi esce distrutta infine l´autorevolezza del modello economico americano, quel capitalismo finanziario reso ipertrofico e irresponsabile da un ventennio di ritirata dei poteri dello Stato sui mercati. Sarebbe troppo comodo, e sostanzialmente inesatto, attribuire questo disastro alla sola Amministrazione Bush o alla destra americana. Dai tempi di Ronald Reagan anche larga parte dell´America progressista e democratica è stata soggiogata dall´egemonia culturale del neoliberismo economico. Dalle privatizzazioni, dalla benefica deregulation anti-monopolistica, dalla giusta valorizzazione dello spirito d´impresa e del dinamismo dell´economia di mercato, si è scivolati progressivamente verso qualcosa di molto diverso. Si sono stravolti i valori e i principii essenziali del liberalismo fondato sui contropoteri e l´etica della responsabilità. Si è teorizzata sempre più apertamente la capacità dei mercati di auto – regolarsi. Il potere dell´alta finanza e della grande industria si è annesso le istituzioni che dovevano essere le guardiane indipendenti dell´economia, della moneta e del credito.”

Il mercato non si autoregola MAI!

E’ finita un’epoca

settembre 18, 2008

E’ finita un’epoca con un drammatico insuccesso.
L’insuccesso del capitalismo americano degli ultimi decenni. La nazionalizzazione della più grande compagnia assicurativa mondiale, l´American International Group rilevato dalla banca centrale Usa non ha precedenti in un secolo di vita della Federal Reserve. A malincuore l´autorità monetaria ha dovuto allargare a dismisura il proprio campo d´intervento sobbarcandosi il controllo diretto di un gigante assicurativo
L´America diventa la patria di un nuovo capitalismo pubblico. Fine del liberismo sfrenato e della venerazione dello “Stato minimo”. Fine delle politiche economiche di tutta la destra americana.
Adesso il rischio e che la banca centrale americana debba comprarsi tutte o quasi le grosse realtà finanziare del paese con i soldi dei contribuenti che dovranno pagare tale situazione per decenni. Altro che stato minimo e senza regole uguale a meno tasse.