Posts Tagged ‘Partito democratico’

NON è AMMISSIBILE

febbraio 6, 2009

Dovrebbe essere già iniziata la riduzione dell’alimentazione e dell’idratazione di Eluana Englaro, la donna in stato vegetativo da 17 anni che è stata ricoverata nella clinica “La Quiete” di Udine. Nel frattempo, però, il Consiglio dei ministri ha approvato il decreto legge per interrompere la procedura.
Ci troviamo di fronte ad un gravissimo braccio di ferro fra istituzioni.
Il governo vara un decreto per rendere inapplicabile una sentenza della cassazione nei confronti di un cittadino. Il presidente Napolitano chiede poco prima di non innescare questo grave conflitto tra poteri dello stato e fissare un pericolo precedente e di affrontare il problema in parlamento con un testo sul testamento biologico.
Gianfranco Fini nella sua funzione istituzionale avverte: «Il decreto sarebbe un grave errore».
Il decreto per entrare in vigore deve essere controfirmato da Napolitano e pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale. Il provvedimento vieta la sospensione dell’alimentazione e dell’idratazione fino all’arrivo di una legge sul testamento biologico.
Come può il governo annullare una sentenza della cassazione!!!!!!
Siamo alla decisione per decreto sulla vita e sulla morte senza portare rispetto alla famiglia della vittima.
Serve ancora la cassazione??????
Siamo in un paese fondamentalista????

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Obama cambierà anche noi europei

gennaio 22, 2009

Mi permetto di pubblicare la mia lettera uscita oggi:

Barack Hussein Obama si è insediato come 44º presidente degli Stati Uniti d’America. L’evento è definito epocale.
Penso che lo sia veramente. Non solo per il fatto che Obama è un uomo di colore e realizza in parte il sogno di Martin Luther King, riproponendo con forza in tutto il mondo, anche in Italia, il problema della discriminazioni delle minoranze e l’affermazione dei diritti civili delle persone. Non solo perché ha 47 anni, fatto che soprattutto in Italia desta un rassegnato stupore. Non solo perché ha saputo ridare, grazie alle sue capacità, al suo merito, fiducia nella partecipazione politica, soprattutto nei giovani, e riaccendere la speranza nelle capacità di ciascun individuo di costruire il proprio futuro sulla base di responsabilità ed impegno.
L’evento è epocale perché sigla la fine di un lungo periodo iniziato con la presidenza di Ronald Regan negli Usa e di Margaret Thatcher in Inghilterra che ha contagiato tutto il mondo.
Lunghi anni in cui si diceva che tutto ciò che era pubblico e statale (o regionale, provinciale, comunale) era dannoso e negativo. Il mercato doveva essere completamente libero, soprattutto da controlli statali e da regole che lo avrebbero indebolito. Si diceva: il mercato si autoregolamenterà.
Abbiamo visto come è andata a finire. Questa idea di fondo ha portato alla più grande crisi finanziaria ed economica dal 1929 ad oggi, crisi di cui siamo solo all’inizio. E’ stata fatta una politica basata sul taglio delle tasse ai ricchi e sull’aumento delle diseguaglianze sociali, anche in Italia. Adesso ci accorgiamo che la gente non ha più soldi per acquistare prodotti, i negozi sono vuoti o chiudono e le imprese, grandi e piccole, non possono produrre e devono licenziare. Qualcuno in Italia ci dice di non preoccuparci e di continuare a comprare ma per fortuna non è preso troppo sul serio.
E’ iniziata una politica estera basata sullo scontro unilaterale tradotta in guerre che hanno portato solo altra instabilità e rafforzato il nemico che si voleva combattere. E’ stato il periodo in cui si è soffiato sulla paura del diverso.
Barak Obama esprime benissimo la fine di questa epoca. La necessità di cambiare partendo dalle abitudini di tutti i giorni.
La necessità di puntare sulla qualità della vita e non sulla quantità. Sulla responsabilità e non sulle veline se vogliamo mantenerci al passo con gli altri paesi occidentali. Ammettendo le difficoltà e gli errori, perché tutti possono sbagliare e, come dice il neoeletto presidente degli Usa, intelligente è ammetterlo, non negarlo.
Chiusa l’epoca della paura, si apre quella della speranza e della fiducia la cui influenza contagerà tutto il mondo, esattamente come l’epoca precedente.
Antonio Maria Ricci segretario cittadino del Pd di Pavia
Da la Provincia Pavese 22.01.09

barack obama

I have a dream

gennaio 20, 2009

Il sogno di Martin Luther King si sta avverando: OBAMA PRESIDENTE!

Ho un sogno
(28 Agosto 1963 – Martin Luther King)

Sono orgoglioso di unirmi a voi oggi in quella che passerà alla storia come la piú grande manifestazione per la libertà nella storia del nostro paese.
Cento anni fa, un grande Americano, sulla cui ombra simbolica ci troviamo oggi, firmó la Proclamazione per l’ Emancipazione. Questo decreto importantissimo arrivò come un faro di speranza per milioni di schiavi Negri bruciati dalle fiamme di questa raggelante ingiustizia. Arrivó come una gioiosa aurora dopo una lunga notte di schiavitú.
Peró cento anni dopo, il Negro non è ancora libero; cento anni dopo, la vita del Negro è ancora dolorosamente segnata dai ferri della segregazione e dalle catene della discriminazione; cento anni dopo, il Negro vive in un’ isola deserta in mezzo a un immenso oceano di prosperità materiale; cento anni dopo, il Negro tuttora langue negli angoli della società americana e si trova in esilio nella propria terra.
Cosí siamo venuti qui oggi a denunciare una condizione vergognosa. In un certo senso siamo venuti nella capitale del nostro paese per incassare un assegno. Quando gli artefici della nostra repubblica scrissero le magnifiche parole della Costituzione e della Dichiarazione d’Indipendenza, stavano firmando una cambiale di cui ogni americano era garante. Questa cambiale era la promessa che tutti gli uomini, sia, l’uomo negro e l’uomo bianco, avrebbero avuto garantiti i diritti inalienabili alla vita, alla libertà, e al perseguimento della felicità.
È ovvio oggi che l’America è venuta meno a questa promessa per quanto riguarda i suoi cittadini di colore. Invece di onorare questo obbligo sacro, l’America ha dato alla gente negra un assegno a vuoto; un assegno che è tornato indietro con il timbro fondi insufficienti. Peró ci rifiutiamo di credere che la Banca della Giustizia sia fallita. Ci rifiutiamo di credere che non ci siano fondi sufficienti nelle grandi casseforti dell’opportunità di questo paese. E allora siamo venuti a incassare quest’assegno, l’assegno che ci darà a richiesta le ricchezze della libertà e la sicurezza della giustizia.
Inoltre siamo venuti in questo luogo sacro per ricordare all’America l’urgenza impetuosa del momento presente. Questo non è il momento di raffreddarsi o prendere i tranquillanti della gradualità. Ora è il momento di realizzare le promesse di Democrazia; ora è il momento di uscire dall’oscura e desolata valle della segregazione verso il cammino illuminato della giustizia razziale; ora è il momento di tirar fuori il nostro paese dalle sabbie mobili dell’ingiustizia razziale sul terreno solido della fraternità; ora è il momento di fare della giustizia una realtà per tutti i figli di Dio. Sarebbe fatale per la nazione passar sopra l’urgenza di questo momento. Quest’estate soffocante per il malcontento legittimo del Negro non terminerà fino a quando non venga un autunno vigoroso di libertà e uguaglianza.
Il 1963 non è una fine, ma un principio. E coloro che speravano che il Negro avesse bisogno di sfogarsi per essere contento, avranno un duro risveglio se il paese ritornerà alla solita situazione. Non ci sarà riposo né tranquillità in America fino a quando al Negro non verranno garantiti i suoi diritti di cittadino. Il turbine della ribellione continuerà a scuotere le basi della nostra nazione fino a che non sorgerà il giorno splendente della giustizia.
Però c’è qualcosa che io debbo dire alla mia gente, che sta sulla soglia logora che conduce al palazzo di giustizia. Nel processo di conquista del posto che ci spetta, non dobbiamo essere colpevoli di azioni inique. Non cerchiamo di soddisfare la nostra sete di libertà bevendo alla tazza del rancore e dell’odio. Dobbiamo sempre condurre la nostra lotta su un piano di dignità e disciplina. Non dobbiamo permettere che le nostre proteste creative degenerino in violenza fisica. Ancora una volta dobbiamo elevarci alle altezze maestose dell’incontro tra forza fisica e forza dell’anima. La nuova meravigliosa militanza, che ha inghiottito la comunità negra, non dovrà condurci a diffidare di tutta la gente bianca. In quanto parecchi dei nostri fratelli bianchi, come oggi si vede dalla loro presenza qui, si sono resi conto che il loro destino è legato al nostro. E si sono resi conto che la loro libertà è inestricabilmente legata alla nostra. Non possiamo camminare soli. E camminando, dobbiamo fare la promessa che marceremo sempre in avanti. Non possiamo tornare indietro.
Ci sono coloro che stanno chiedendo ai devoti dei Diritti Civili, Quando sarete soddisfatti? Non potremo mai essere soddisfatti finché il Negro sarà vittima degli orrori indescrivibili della crudeltà poliziesca; non potremo mai essere soddisfatti finché i nostri corpi, pesanti per la stanchezza del viaggio, non potranno riposare negli alberghi delle autostrade e delle città; non potremo mai essere soddisfatti finché la possibiltà di movimento del Negro sarà da un piccolo ghetto ad uno piú grande; non potremo mai essere soddisfatti finché i nostri figli saranno privati della propria personalità e derubati della dignità da un avviso scritto Solo Per Bianchi; non potremo mai essere soddisfatti finché il Negro del Mississippi non potrà votare ed il Negro di New York crederà di non avere nessuno per cui votare. No! No, non siamo soddisfatti, e non saremo soddisfatti fino a quando la giustizia non scorrerà come l’acqua e la rettitudine come una forte corrente.
Sono ben consapevole che alcuni di voi son venuti fin qui con grandi dolori e tribolazioni. Alcuni sono arrivati freschi da anguste celle di prigione. Alcuni di voi sono venuti da luoghi dove la ricerca della libertà li ha lasciati colpiti dalla tormenta della persecuzione e barcollanti per i venti della brutalità poliziesca. Voialtri siete i veterani della sofferenza creativa. Continuate a lavorare con la fede che le sofferenze immeritate redimono. Tornate nel Mississippi; tornate in Alabama; tornate nella Carolina del Sud; tornate in Georgia; tornate in Louisiana; tornate nei tuguri e nei ghetti delle nostre città del Nord, sapendo che in un modo o nell’altro questa situazione può essere e sarà cambiata. Non ci rotoliamo nella valle della disperazione.
Per cui vi dico, amici miei, che anche se affronteremo le difficoltà di oggi e di domani, ancora io ho un sogno. È un sogno profondamente radicato nel sogno Americano, che un giorno questa nazione si solleverà e vivrà nel vero significato del suo credo, noialtri manteniamo questa verità evidente, che tutti gli uomini sono creati uguali. Io sogno che nella terra rossa di Georgia, i figli di quelli che erano schiavi ed i figli di quelli che erano padroni degli schiavi si potranno sedere assieme alla tavola della fraternità. Io sogno che un giorno anche lo stato di Mississippi, uno stato ardente per il calore della giustizia, ardente per il calore dell’oppressione, sarà trasformato in un oasi di libertà e giustizia. Io sogno che i miei quattro figli piccoli un giorno vivranno in una nazione dove non saranno giudicati per il colore della pelle, ma per il contenuto della loro personalità.

Oggi ho un sogno!

Sogno che un giorno in Alabama, con i suoi razzisti immorali, con un Governatore dalle labbra sgocciolanti parole d’interposizione e annullamento, un giorno, là in Alabama, piccoli Negri, bambini e bambine, potranno unire le loro mani con piccoli bianchi, bambini e bambine, come fratelli e sorelle.

Oggi ho un sogno!

Sogno che un giorno ogni valle sarà elevata, ed ogni collina e montagna sarà spianata. I luoghi asperi saranno piani ed i luoghi tortuosi saranno diritti, e la gloria del Signore sarà rivelata ed il genere umano sarà riunito.
Questa è la nostra speranza. Questa è la fede con cui ritorno al Sud. Con questa fede potremo tagliare una pietra di speranza dalla montagna della disperazione. Con questa fede potremo trasformare il suono dissonante della nostra nazione in un armoniosa sinfonia di fraternità. Con questa fede potremo lavorare insieme, pregare insieme, lottare insieme, andare in carcere insieme, sollevarci insieme per la libertà, sapendo che un giorno saremo liberi, e questo è il giorno. Questo sarà il giorno in cui tutti i figli di Dio potranno cantare con nuovo significato Il mio paese è tuo, dolce terra di libertà, di te io canto. Terra dove è morto mio padre, terra orgoglio del pellegrino, da ogni lato della montagna facciamo risuonare la libertà. E se l’America sarà una grande nazione, questo si deve avverare.
E quindi lasciate risuonare la libertà dalle cime dei prodigiosi monti del New Hampshire.
Lasciate risuonare la libertà dalle poderose montagne di New York.
Lasciate risuonare la libertà dalle altitudini degli Alleghenies della Pennsylvania.
Lasciate risuonare la libertà dalle rocce coperte di neve di Colorado.
Lasciate risuonare la libertà dalle coste tortuose della California.
Ma non solo.
Lasciate risuonare la libertà dalla Montagna di Pietra della Georgia.
Lasciate risuonare la libertà dalla montagna Lookout del Tennessee.
Lasciate risuonare la libertà da ogni collina e montagna del Mississippi, da ogni lato della montagna lasciate risuonare la libertà. E quando questo accadrà, e quando lasceremo risuonare la libertà, quando la lasceremo risuonare da ogni villaggio e da ogni casale, da ogni stato e da ogni città, saremo capaci di anticipare il giorno in cui tutti i figli di Dio, uomo Negro e uomo Bianco, Ebreo e Cristiano, Protestante e Cattolico, potremo unire le nostre mani a cantare le parole del vecchio spiritual Negro: Liberi finalmente, liberi finalmente; grazie Dio Onnipotente, siamo finalmente liberi.

LA LEZIONE DI CARLO ROSSELLI: SOCIALISMO LIBERALE CONTRO IL LIBERISMO SELVAGGIO

gennaio 18, 2009

La premessa da cui partiamo è che in un paese come l’Italia che appartiene a pieno diritto all’Europa, lo spazio della sinistra alternativa alla desta non può essere che quello del socialismo democratico e, va da sé, liberale. Però è già stato osservato, a mio parere giustamente, che nella frantumazione, per non parlare dello spappolamento, del nostro sistema politico, sembra che ci sia posto ormai soltanto per partiti sempre più piccoli, che in continua rissa fra di loro si fanno e si disfano da un giorno all’altro nella quasi totale indifferenza di coloro che dovrebbero esserne i destinatari. L’unico partito per il quale sembra non ci sia più posto è un partito socialista unitario e a vocazione maggioritaria, come c’è negli altri paesi dell’Europa di Maastricht. Quali siano le ragioni per cui in Italia un grande partito socialista non ha mai avuto diritto di cittadinanza in questi ultimi cinquant’anni, è stato un argomento sul quale si potrebbe raccogliere una intera biblioteca. Ma da questa ineccepibile constatazione non si può trarre che una sola conseguenza: se di un grande partito socialista che occupi tutto o quasi tutto lo spazio della sinistra non c’è mai stata traccia nel nostro paese, e i partiti socialisti sono sempre stati incredibilmente più di uno in concorrenza fra loro, l’impresa cui ci accingiamo non è facile, anzi, diciamolo pure con tutta franchezza e col dovuto senso di responsabilità, difficilissima. Il che non vuol dire che non debba esser tentata, specie nel momento in cui un socialismo troppo rigido e uno, all’estremo opposto, troppo flessibile, dovrebbero aver imparato una severa lezione dalla loro sconfitta.

L’omaggio a Carlo Rosselli è già di per se stesso la testimonianza che il socialismo illiberale, che per anni ha ristretto lo spazio del socialismo democratico in Italia, contro il quale Rosselli aveva lungamente combattuto, è stato ormai definitivamente abbandonato. Però occorre riflettere sul fatto che la situazione oggi è rispetto a quella di Rosselli completamente cambiata, per non dire rovesciata.

Il fronte contro il quale il socialismo democratico di oggi deve schierarsi non è più quello del socialismo pervertito da restituire ai suoi principi in nome della libertà, ma, in nome della giustizia sociale, quello del liberalismo trionfante. Se il socialismo liberale era nato per rivendicare i diritti di libertà contro un socialismo diventato dispotico, il socialismo liberale di oggi deve difendere i diritti sociali, come condizione necessaria per la migliore protezione dei diritti di libertà, contro il liberismo anarchico. Come si legge nell’Introduzione al Manifesto del Partito del socialismo europeo: “Diciamo si all’economia di mercato, ma no alla società di mercato.

Tu hai pubblicato in questi giorni un libro in cui hai revocato il dibattito ospitato dalla rivista da te diretta e lo hai intitolato “Le Cassandre di Modoperaio”. Permetti a uno dei partecipandi a quel dibattito, quale sono stato io, di continuare a fare la parte ingrata della Cassandra, una parte che del resto è sempre stata la mia vocazione.

Per dare nuova forma e nuovo contenuto a un grande partito socialista, oggi non basta ricostituire la sinistra. Occorre prendere atto che nel nostro paese sta attraversando una crisi gravissima lo stesso istituto del partito politico. Come è capitato spesso nella storia del nostro paese, è avvenuto in breve tempo il passaggio da un estremo all’altro, dalla cosiddetta partitocrazia a una situazione che con un neologismo si potrebbe chiamare “partitopenia”.

I partiti che si vengono formando oggi in Italia non hanno più nulla del partito nel senso originario della parola. Sono raggruppamenti personali e occasionali che stanno avendo un unico effetto, quello di far aumentare l’astensione elettorale, cioè il partito dell’antipartito. Il nuovo partito di sinistra deve affrontare dunque una duplice crisi, non solo quella del socialismo da ricostituire, ma anche quella della istituzione “partito”, la cui crisi inceppa addirittura il regolare funzionamento della nostra democrazia.

Però, un problema alla volta.
Coi più cordiali saluti a tutti e auguri di buon lavoro.
NORBERTO BOBBIO

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Il diritto e la cura

gennaio 13, 2009

«Credo nella libertà di scelta», «non si può costringere un ammalato a curarsi contro le sua volontà», «sacra è la vita e sacra l´autodeterminazione». Sono alcune delle frasi dei cinquanta mila cittadini che, in questi giorni, hanno aderito all´appello per il diritto alla libertà di cura (www. appellotestamentobiologico. it). Sono voci che rappresentano il Paese e che vanno considerate nel momento in cui il Parlamento si avvia a fissare, per legge, alcune regole che riguardano la fine della vita. Il mio convincimento è che vada garantito sempre e comunque il diritto alla libertà di cura come previsto dalla Costituzione, un diritto che esiste in teoria per tutti, ma che non può essere esercitato da chi ha perso l´integrità intellettiva e con essa la capacità di esprimere le proprie volontà.
Proviamo a calare il principio nella realtà: un paziente con un cancro all´esofago, nella fase avanzata della malattia, si troverà a non poter più deglutire e ad alimentarsi naturalmente. Per continuare a nutrirsi potrà ricorrere a tecniche artificiali, ovvero ad un tubo inserito chirurgicamente nello stomaco attraverso il quale introdurre nutrimenti chimici per la sopravvivenza. Di fronte a questa prospettiva, il paziente può scegliere se accettare oppure rifiutare. Se accetta forse vivrà più a lungo, altrimenti arriverà alla fine della sua esistenza, secondo il destino segnato dalla malattia. Qualunque essa sia, la scelta sarà rispettata. Ma nel caso di una persona in stato vegetativo, chi deciderà? E chi farà rispettare le volontà del malato?
Di qui la necessità di una legge sul testamento biologico, che fissi le regole in base alle quali il diritto costituzionale della scelta delle terapie sia sempre garantito e i cittadini non debbano rivolgersi ai tribunali.
Vi sono molti progetti in Parlamento ed io, assieme ad altri cento senatori, propongo una legge che dia, soltanto a chi lo vuole, la possibilità di indicare quali terapie si intendono accettare e quali no, se un giorno si perderà la capacità di esprimere il proprio consenso. Si tratta di una norma molto semplice, a mio modo di vedere persino conservatrice, perché non cambia nulla, semplicemente ribadisce il diritto alla libertà di cura già previsto dalla Costituzione. Altri, come il sottosegretario Roccella e l´onorevole Binetti, propongono una vera rivoluzione: l´alimentazione artificiale sia somministrata sempre, diventi terapia obbligatoria per legge e, quindi, venga esclusa dalla nostra libertà di scelta.
Tale impostazione tradisce la Costituzione ed implica gravissime conseguenze. Esistono casi in cui l´alimentazione artificiale è consigliata, altri in cui prolunga solo un´inutile agonia. La valutazione spetta ai familiari del paziente e ai medici che li accompagnano in una scelta che va fatta caso per caso e non in base ad una legge uguale per tutti. Quali le conseguenze per i medici? Si troverebbero davanti ad un bivio: violare la legge restando fedeli alla deontologia che impone di non fare nulla contro la volontà del paziente, oppure rompere, in nome di un´imposizione dello Stato, il patto di alleanza terapeutica con l´ammalato. Un patto che io, come chirurgo, considero sacro.
Le difficoltà aumenteranno e, con esse, il numero delle persone che si rivolgeranno ai tribunali. E così il Parlamento otterrà il risultato di aumentare i contenziosi. In questo contesto la Chiesa si mostra preoccupata. Alcuni temono il rischio che la libertà di scelta si trasformi in abbandono e nell´interruzione delle cure ai più deboli. Anche su questo dobbiamo essere chiari: non si può immaginare di aiutare i più bisognosi limitando la libertà degli individui. La difesa della fragilità non è in discussione e non è una discriminante tra credenti e non credenti, è un dovere del nostro convivere civile.
Va ricordato poi, che nella tradizione cristiana, l´accettazione della morte per sciogliersi dal corpo e ricongiungersi al Padre è elemento essenziale della fede. Essa è rintracciabile nei secoli, nella fine della vita di San Francesco come in quella del patriarca Athenagoras: l´arcivescovo di Costantinopoli, che lavorò con Paolo VI per l´unità dei cristiani, ricoverato in seguito ad una frattura del femore, chiese di non essere nutrito ma lasciato morire come un monaco, pregando e ricevendo come unico cibo la Santa Comunione. Come si sarebbero comportati il sottosegretario Roccella ed il ministro Sacconi con il patriarca? Ne avrebbero ordinato la nutrizione forzata per decreto?
Infine la politica, e le scelte che il Pd è chiamato a fare. Nel Partito Democratico, è noto, vi sono approcci più o meno scientifici nell´affrontare le questioni bioetiche, ciò è normale in un partito che cerca di unire culture diverse. Io, da credente, rispetto le posizioni di chi non lo è e non sento l´esigenza di imporre una visione univoca del mondo e della vita. Mi pare tuttavia urgente, oltre che logico, arrivare ad una posizione chiara del Pd, espressione della maggioranza se non di tutti, da difendere senza esitazione nelle sedi parlamentari e nel dibattito pubblico; una posizione che caratterizzi il Pd e che rifletta l´orientamento e le istanze dei suoi sostenitori. Se la libertà di pensiero rappresenta un punto di forza per un moderno partito riformista, l´assenza di una posizione definita rischia di trasformarsi nel suo tallone d´Achille.

IGNAZIO MARINO
Presidente della Commissione parlamentare d´inchiesta sul Servizio Sanitario Nazionale. Da La Repubblica, 13.1.09

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Delusione e speranza

gennaio 6, 2009

Sono deluso. Sono deluso di quello che succede nel PD a Napoli. Mi chiedo come è possibile che chi da 15-20 è in politica, ha fatto e avuto molto, faccia qualsiasi cosa per rimanere sulle sue poltrone nonostante sia evidente a tutti che si debba ritirare.  Iervolino e Bassolino incarnano il male tremendo della politica italiana. Il potente che per troppo tempo ha avuto in mano le leve del potere, creando ramificazioni profonde e che pur di mollare preferisce distruggere tutto.

Mi risuonano nella mente le parole di Mario Pirani oggi su La Repubbliaca: ” E´, dunque, dalle fondamenta che bisogna partire, approfondendo l´analisi di Berlinguer e individuando le ragioni di quell´espandersi del potere politico dagli ambiti suoi propri (il Parlamento, l´Esecutivo, i consigli elettivi e le giunte degli enti regionali e locali) alla prorompente occupazione e gestione diretta di ogni spazio pubblico e parapubblico. Al punto che, quando questo spazio è apparso insufficiente per accontentare la colonizzazione forzata messa in atto dalle orde crescenti dei nuovi «conquistadores», se ne sono inventati dei nuovi. Sono sorti così negli anni recenti migliaia di enti inutili, organismi di presunte promozioni, fotocopie di comodo degli assessorati già esistenti, duplicati di funzioni e quant´altro l´inventiva partitocratica è riuscita ad immaginare. Questa “razza” partitocratica, impropriamente definita classe dirigente, è paragonabile ad una pianta parassitaria infestante che ha trovato un particolare terreno di coltura nel regionalismo spurio e nel localismo trionfante, frutto della riforma del Titolo V della Costituzione. Il federalismo sconnesso che ne è seguito e che perverrà al suo massimo quando il resto della riforma andrà in porto, con compiacimento massimo dei suoi autori e fruitori, renderà ancor più penetranti e abbarbicate le radici della malapianta”.

Mi apre il cuore la sua conclusione, la conclusione di chi ha vissuto momenti difficili nella sua vita e di chi sa cosa significa lottare per un ideale: ” Chi, come il sottoscritto, ha maturato una visione così desolante della realtà italiana, non riesce ad essere ottimista sul futuro prossimo. Eppur tuttavia una speranza di ripresa esiste: essa risiede nel dna non cancellato di quel popolo democratico e repubblicano, memore della nostra Storia e geloso dei valori costituzionali, in non poche occasioni riemerso inopinatamente. Se nel Pd esiste ancora un nucleo,  grande o piccolo,  in grado di riproporre la liberazione e, per quanto riguarda le amministrazioni riformiste, l´auto liberazione, della cosa pubblica allargata dalla occupazione partitocratica di sinistra e di destra, ebbene questo nucleo può sperare ancora di rovesciare la situazione. Non senza duri scontri all´interno e all´esterno del suo campo d´influenza. Qui è il nodo anche della cosiddetta questione morale”.

Resistere, resistere, resistere!

Disugualianza e riformismo

gennaio 4, 2009

Devo dire che ho apprezzato molto l’intervento di Veltroni alla direzione nazionale del Pd il 19.12.09.
Soprattutto l’inizio del suo discorso:
“Disuguaglianza sociale. Il dramma più grande che l’Italia oggi sta vivendo è contenuto in queste due parole. Disuguaglianza sociale. E’ questa la grande, moderna questione che si pone, oggi, di fronte a noi. Colpevole non vedere, non rendersene conto. Imperdonabile non sentire bruciante, sulla nostra pelle, per le nostre coscienze, il dovere di offrire risposte a questa realtà”.

Siamo di fronte ad una crisi globale e problemi di queste dimensioni non si affrontano soltanto con specifici provvedimenti se alle loro spalle non c’ è una scelta culturale, un “visone del mondo”. Qual’è quella del PD?
Ebbene, è questa: combattere la disuguaglianza sociale con tutti i mezzi che la politica è in grado di mobilitare.
Il messaggio del come e con che calendario è altrettanto chiaro: bisogna usare la leva del bilancio, la politica monetaria non basta più. E’ necessario alleggerire il peso fiscale sul lavoro e sulle famiglie con effetti duraturi, per estendere alla massa di lavoratori precari la cassa integrazione, per istituire un sostegno di disoccupazione che duri almeno due anni. Nello stesso tempo occorre approvare un piano di rientro graduale del deficit nei limiti europei.
Parole molto chiare anche sulla questione morale. Anzi chiarissime. Meglio perdere voti piuttosto che imbarcare vecchi e nuovi capibastone.
Altri punti sono stati toccati: scuola e università, riforma della giustizia, energie alternative al petrolio, regole di mercato a tutela della concorrenza e delle pari opportunità sociali.
Sulle alleanza il discorso è stato meno chiaro ma non poteva che essere tale. E’ necessario continuare a rilanciare il riformismo democratico e continuare ad acquisire fisionomia lavorando sulle questioni piuttosto che su alleanze in provetta.
Forse sul termine riformismo c’è qualche confusione cha va chiarita. Riformismo non vuol dire AVER SEMPRE UN ATTEGIAMENTO MODERATO, NON ENTRARE IN POLEMICA CON L’AVVERSARIO, CON LA CHIESA, E CON I POTERI FORTI; IRRIDERE ALLA QUESTIONE MORALE E DISPREZARE OGNI FORMA DI RADICALISMO. Non è questo il riformismo. Il riformismo è progettare riforme per la società italiana.

clochard

Scuola di formazione politica di Libertà e Giustizia

dicembre 8, 2008

Parte la terza edizione.

Ripartire dalla formazione nella politica, attraverso un laboratorio culturale: la Scuola di Formazione Politica “Giovanni Ferrara” a Pavia.
Negli ultimi decenni il sistema dei partiti, le forme della politica, le responsabilità di governo a livello nazionale, locale e internazionale sono andate incontro a enormi cambiamenti. Una cosa non è mai cambiata nel nostro Paese: il pacchetto di cultura politica ereditato dai partiti nati nel XX secolo. Da qui la necessità di costruire uno spazio di ricerca e formazione per una proposta di governo, nel solco delle migliori tradizioni democratiche e riformiste, in grado di dare risposte convincenti alle domande e alle richieste di una società anch’essa sottoposta a trasformazioni significative.
Una necessità divenuta, a tre anni di distanza della prima edizione della Scuola, più importante e condivisa nell’attuale fase politica nazionale ed internazionale.

Per le iscrizioni.

collegio ghislieri pavia

Per ripartire!

dicembre 6, 2008

L’appello sottoscritto da 54 parlamentari del PD:

Siamo nel cuore di una “crisi storica” segnata da una recessione globale e dalla minaccia costante di quel terrorismo che ha segnato il mondo dopo l’11 settembre. L’economia – non solo la finanza speculativa – è investita da previsioni allarmanti. Del resto basta guardare a noi. Un milione i posti di lavoro a rischio da qui a un anno. Quattrocentomila i precari a casa entro Natale, e tra questi moltissime donne. Una diffusione della povertà che lambisce e recluta parte del ceto medio. Imprese, anche coraggiose nel modo di stare sui mercati, dal futuro ipotecato. Il tutto in un Paese col bilancio pubblico che conosciamo, coi ritardi e le anomalie note. Fino a ieri eravamo una Nazione perennemente in bilico dentro un G8 che dominava il mondo. Oggi muore il G8 sostituito da un altro club dove per noi difficilmente ci sarà uno spazio significativo. Mentre restiamo una Nazione che non ha risolto il suo problema di fondo: l’aver rinviato per anni una profonda e giusta modernizzazione in termini di crescita e di espansione di opportunità, diritti, responsabilità. Un’Italia declassata: questo è il rischio. Un Paese isolato nelle sue lentezze, burocrazie, ineguaglianze. Dove le élites della politica e della società, in questo appaiate, potrebbero continuare nella mortificazione di talenti e persone per tutelare gli interessi e le rendite di pochi. Un grande paese che letteralmente può perdersi. Spegnersi. Eppure le risorse per reagire ci sono. Ma vanno viste, riconosciute, valorizzate. Il che è una delle ambizioni morali e politiche del Pd.

Questo è il quadro: un mondo che cambia in modo vorticoso. Un’Europa alla ricerca della propria funzione. Un’Italia che dovrebbe avere il coraggio, soprattutto adesso, di una “rivoluzione dolce”. Rivoluzione di idee, mentalità, contenuti economici e sociali.  E che invece è in mano a un governo – a una destra – che si limita a rinnovare le cause della nostra decadenza in nome della triade “Dio Patria e Famiglia”. La realtà è che mai come ora siamo di fronte a snodi che investono il nostro destino. Il futuro per le prossime cinque o sei generazioni. La sorte stessa della “democrazia repubblicana”. E non perché siano in pericolo principi costituzionali formali ma per lo slittamento progressivo da una democrazia rappresentativa a un “autoritarismo subdolo”. Un processo che svuota delle sue prerogative un Parlamento “nominato”, che riduce gli spazi della partecipazione, che amplifica l’ossessione mediatica, che prosciuga le residue forme di civismo in un Paese di suo poco incline al rispetto delle regole e dell’etica pubblica.

Sono solo alcuni dei temi che il Pd deve affrontare. E la ragione che ha spinto molti tra noi a porre da tempo il nodo della sua cultura politica e del significato autentico di una “vocazione maggioritaria” che non va intesa come “autosufficienza”. Che ruolo immaginiamo per l’Italia dei prossimi anni? Che modello di democrazia scegliamo di difendere o promuovere, a partire dal “nostro” federalismo? Come pensiamo di affrontare il tema della crescita: quali terapie d’urto per creare nuova occupazione, per una più equa distribuzione dei redditi, per ridare dignità al lavoro? Che concezione abbiamo di sicurezza e legalità, della cittadinanza, del dialogo sulla pace e sui diritti umani? E come pensiamo di rapportarci a quelle domande di senso che ovunque investono le coscienze e responsabilizzano i parlamenti, a partire dalla difesa del principio della laicità nell’epoca dei fondamentalismi e di temi etici inediti? Insomma la vera domanda è come una politica “autonoma” intende rinnovare quella trama di diritti e doveri, quella comune responsabilità che distingue una società libera e consapevole, e che è l’unica strada per rilanciare una crescita competitiva, giusta socialmente e sostenibile nel suo impatto ambientale.

Si dice che guardiamo a Obama. Ma a quale dimensione di Obama? Quella che coltiva nel presente le grandi passioni civili del popolo americano? O anche l’Obama promotore di un programma di innovazione dell’economia e della coesione sociale? O ancora, l’Obama dei diritti civili e della tutela di ogni minoranza? E l’Europa? Possiamo noi – Democratiche e Democratici italiani – costruire oltre Atlantico il nostro campo di riferimenti ideali e culturali? O non è anche dalla storia e dalle radici profonde dell’Europa – della nostra civiltà e memoria – che dobbiamo trarre spunto per consolidare l’innovazione che ci siamo candidati a promuovere e governare? Questione che attiene anche al nodo della nostra collocazione futura nel Parlamento di Strasburgo.

Domande serie. Fino a quella – non la meno rilevante – che riguarda il modello di Partito che vogliamo costruire. Quale sarà nei fatti la sua articolazione territoriale, il suo radicamento. Quale sarà il peso dell’autonomia dei partiti regionali, nella definizione della propria cultura politica, delle alleanze, della selezione delle classi dirigenti. Perché una cosa è un partito federale. Altra sarebbe una confederazione di partiti. E ancora: come combineremo la spinta alla partecipazione delle primarie a tutti i livelli con una vita democratica che non si riduca solo a quell’aspetto, pure fondamentale?

Non è solo un elenco di temi. Il punto è che la risposta a questi e altri snodi fisserà la cornice culturale del Partito Democratico. Quel Partito che è la risorsa sulla quale abbiamo investito. E che rappresenta per ciascuno di noi la vera speranza di avvenire per il Paese.

Non possiamo assistere in silenzio a ciò che avviene sotto i nostri occhi. Un grande progetto di unità e innovazione rischia di smarrirsi dentro logiche di rendita e logoramento. A tutti i livelli. Prima di tutto al vertice, talvolta insofferente verso un confronto di merito sulle scelte che si compiono. Sul territorio dove i conflitti si moltiplicano, e spesso per ragioni di assetto o di potere. Nonostante ciò un “popolo democratico” esiste. Resiste. Reagisce, a partire dai nostri Circoli. Come si è visto al Circo Massimo. O nelle proteste di studenti, insegnati, lavoratori. Ma è lo scarto tra le due dimensioni – il paese reale e la vita politica e democratica del Pd – a creare incertezza, sconcerto, e in alcuni casi un abbandono silenzioso. Di fronte a questa situazione ognuno deve rimboccarsi le maniche. Non basta più dire che siamo nati solo da un anno, che si sono fatte molte cose buone e che il tempo premierà il nostro coraggio. Né il punto è una “resa dei conti” che riduca tutto alla questione della leadership. Noi dobbiamo affrontare e risolvere i problemi. E per farlo non è sufficiente ripetere che le “correnti” sono il male da combattere. E’ una frase di buon senso ma prescinde dal fatto che le correnti ci sono. Selezionano le persone sulla base della fedeltà più che del merito, e la maggioranza di chi le contesta – fino dentro il coordinamento nazionale – non può dire di esserne estraneo. Il risultato è che per i più “le correnti fanno male”, salvo la propria. Ma non è pensando a questo modo che si fanno dei passi avanti.

Per tutte queste ragioni è consolatorio ridurre la discussione sul nostro futuro allo scontro tra singole personalità. Soprattutto non aiuta. Il dovere di ognuno è dibattere dell’avvenire dell’Italia e della nostra democrazia. Senza reticenze. Proprio in nome dell’unità di un partito nel quale potersi sentire “comunità” è giusto confrontarsi in modo libero e limpido su idee e proposte per dare vita finalmente a un “pensiero democratico”. Un confronto dove l’appartenenza ai luoghi di tutti sia più forte del sostegno a singole componenti. Che poi è la condizione per una mescolanza che possa dar vita a un pluralismo di segno diverso. Certo, le emergenze incombono. La crisi economica e sociale, le elezioni europee e amministrative. E soprattutto l’azione quotidiana, il “fare”. Che passa dal sostegno alle nostre amministrazioni. E dalla qualità della nostra opposizione. In Parlamento, nella società, in ogni comune, provincia, regione. Ma proprio quelle emergenze impongono di affrontare i nodi non risolti nella costruzione del Pd. Perché un equivoco va superato. L’idea che la costruzione paziente dell’unità derivi dall’accantonamento della discussione sulle scelte. Scelte chiare e comprensibili a tutti. La realtà è che il Partito Democratico se vuole riacquistare quella credibilità delle “sue” parole, che oggi pare aver smarrito, deve puntare sulla limpidezza delle sue posizioni. E quella limpidezza non può essere il frutto di rimozioni o unanimismi di facciata ma il prodotto di una discussione franca e appassionata. Noi vogliamo contribuire a farlo, nelle sedi e nei luoghi dove ciò sarà concretamente possibile e nella stessa Conferenza Programmatica. Lo vogliamo fare con umiltà. Per amore della politica. Per passione verso il Partito nel quale crediamo. E per un’idea di partecipazione che dia valore a ogni persona, alla sua autonomia critica e all’impegno di ciascuno.

Luciano Agostini
Gabriele Albonetti
Sesa Amici
Teresa Bellanova
Giuseppe Berretta
Antonio Boccuzzi
Michele Bordo
Sandro Brandolini
Giulio Calvisi
Angelo Capodicasa
Marco Carra
Mario Cavallaro
Susanna Cenni
Lucia Codurelli
Furio Colombo
Paola Concia
Paolo Corsini
Gianni Cuperlo
Lino Duilio
Stefano Esposito
Paolo Fadda
Gianni Farina
Pierangelo Ferrari
Massimo Fiorio
Laura Froner
Maria Grazia Gatti
Oriano Giovanelli
Marialuisa Gnecchi
Sandro Gozi
Maria Laganà Fortugno
Donata Lenzi
Mario Lovelli
Andrea Lulli
Antonio Luongo
Maino Marchi
Massimo Marchignoli
Siro Marrocu
Margherita Mastromauro
Guido Melis
Ivano Miglioli
Antonio Misiani
Barbara Pollastrini
Fabio Porta
Elisabetta Rampi
Lorenzo Ria
Anna Rossomando
Antonio Rugghia
Marilena Samperi
Walter Tocci
Carlo Trappolino
Silvia Velo
Ludovico Vico
Angelo Zucchi
Massimo Zunino

IL FUTURO DEL PD IN QUATTRO MOSSE

dicembre 3, 2008

“Vorrei dire due parole sulle vicende del partito democratico. Alfredo Reichlin ha scritto sull´argomento cose che condivido pienamente. Non è la prima volta. Che i problemi del Pd si riducano a una partita tra Veltroni e D´Alema è una loro rappresentazione caricaturale. La tentazione di giocare ai guelfi e ghibellini credo sia più viva in alcuni dei loro «seguaci». Ma quella tentazione diventa forte quando nel partito langue il discorso sui veri problemi della politica.
La novità del partito democratico è consistita nella vittoriosa intuizione di Walter Veltroni sull´esistenza di una vasta domanda politica riformista liberata dalle pastoie di una sinistra paralizzante. Il grande popolo del Circo Massimo l´ha resa evidente. Il problema del Pd sta tutto nella risposta
Diceva Joseph Schumpeter che ogni seria analisi è subordinata a una «visione», a una interpretazione del mondo in cui ci si muove: del presente come storia. Senza visione non si sa dove si va. Si rischia di perdersi. Di diventare, realmente, «visionari».
Purtroppo, a me pare che nel partito democratico difettino e la visione e l´analisi. Il che rischia di rendere la sua funzione di opposizione inefficace. Di contestare puntigliosamente anche le cose buone proposte dal governo e di non essere capace di opporgli un progetto che le trascenda, appiattendosi su una solidarietà incondizionata anche alle reazioni corporative e conservatrici. Come mi pare avvenga sul problema della scuola, sul quale Mario Pirani ha scritto in modo eccellente.
Un esempio macroscopico di questo comportamento politicamente passivo è la balzana idea di inseguire il successo leghista creando un partito del Nord, e dando così un contributo alla decomposizione di quel poco di unità nazionale che è stato possibile realizzare in questi ultimi centocinquant´anni.
Il partito democratico attraversa una fase che io spero sia di assestamento e che però rischia di diventare di scollamento. Di solito, in questi casi, si invoca ritualmente un Congresso. Come se sia sufficiente radunare il popolo a discutere, senza sapere di che cosa. I leader del partito hanno il dovere di proporre i temi. Poi, ben venga il Congresso e la contrapposizione democratica.
In proposito vorrei sollevarne quattro. Chiamerei il primo il tema del mercatismo compassionevole. Una crisi di grandi proporzioni sta investendo l´economia. Da essa risulta il fallimento clamoroso della pretesa fondamentale del neoliberismo che ha caratterizzato un ciclo trentennale: l´autoregolazione dei mercati. Si pone alla sinistra riformista il compito di una risposta: come quella del riformismo keynesiano e socialdemocratico nella precedente fase di capitalismo ben temperato. E´ ovvio che le ricette di allora, basate sulla centralità dello Stato nazionale, non possono essere automaticamente applicate in una condizione di globalizzazione mondiale. Un nuovo sistema di regolazione, non di gestione politica dell´economia, va costruito come risposta a una crisi devastante. Qual è la reazione dei cultori del pensiero unico neo liberista? lo Stato paghi i guasti della crisi, e si guardi dall´interferire nel Mercato. Ora, che questa arrogante pretesa sia avanzata dalla destra, non deve sorprendere. Il fatto è che riscuote consensi da neofiti liberisti di sinistra.
Secondo tema. Il modo di fare opposizione. E´ invalsa tra i cosiddetti liberali, ma anche tra alcuni cosiddetti socialisti, la denuncia dell´antiberlusconismo. Ho ricordato prima l´opportunità che l´opposizione recepisca anche proposte del governo nel quadro di un progetto riformista: ce ne sono. Ma sull´antiberlusconismo si dovrebbe essere intransigenti. Sul gigantesco conflitto d´interesse su cui lo strapotere dell´attuale Premier si fonda. Sullo stile italiota dei frizzi e dei lazzi che arreca danni fatali a un paese che tanti stranieri associano ancora al mito di Pulcinella. Terzo tema. Il governo della cattolicissima Spagna ci sta spiegando la lezione di una politica laica.
Quarto e ultimo punto (per ultimo, non da ultimo). Non so come si chiuderà la tormentosa questione del rapporto tra il Partito democratico e il Partito socialista europeo. Staremo a vedere.
Io per me ho deciso di morire socialista. Data l´età, non si tratta di un impegno di lunga lena. E non gli do una particolare enfasi. Solo un segno di continuità. Non riesco invece a capire l´enfasi con la quale annunciano di non volere morire socialiste persone, per carità, degnissime, che sono morte e risorte più e più volte, sotto diverse bandiere”.  GIORGIO RUFFOLO

Penso non ci sia molto da aggiungere!