Archive for dicembre 2008

Buone feste!

dicembre 26, 2008

“L’Illuminismo è l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a sè stesso. Minorità è l’incapacità di valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro. Imputabile a sè stessa è questa minorità, se la causa di essa non dipende da difetto di intelligenza, ma dalla mancanza di decisione e del coraggio di far uso del proprio intelletto senza essere guidati da un altro. Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza! E’ questo il motto dell’illuminismo”.

(I. Kant, Risposta alla domanda: che cos’è l’illuminismo?, in Scritti politici e di filosofia della storia e del diritto di Immanuel Kant, a cura di N. Bobbio, L. Firpo e V. Mathieu, U.T.E.T., Torino, 1965, p. 141)

In questo periodo di paura, incertezza, insicurezza, mancaza di punti di riferimenti, l’augurio è che l’uomo ritrovi il coraggio di costruire con la sua intelligenza il suo futuro. Dipende solo da noi. Dalle nostre capacità e dalla speranza che abbiamo per i nostri figli. guardare al futuro con ottimismo perchè il futuro è nelle nostre mani!

Lumi nella notte dell'ignoranza!

Caro Silvio non è la “tua” Giustizia la priorità dell’Italia

dicembre 21, 2008

La giustizia italiana soffre di molti mali: carenza di personale e mezzi per gli operatori, quindi tempi lunghi per i processi.
Queste sono priorità dell’Italia, forse non le più urgenti.

La crisi economica è la priorità del paese: disoccupazione in crescita, stipendi e pensioni che non aumentano da troppi anni, calo del potere di acquisto della gente, negozi e piccole imprese che chiudono.
La soluzione del Premier è: “SPENDETE di più”!!!!!!!!!

La priorità per Silvio Berlusconi è:
-dividere le carriere dei magistrati
-mettere il bavaglio alle intercettazioni
-abolire l’obbligatorità dell’azione penale
-riformare il CSM nel senso di controllarlo da parte del governo
Da ieri si aggiunge, per completare il quadro, anche la priorità del presidenzialismo.

Non penso che gli italiani abbiano quaste tra le loro priorità, anche chi ha votato per Berlusconi.

E’ necessario far capire che non è la giustizia “alla Berlusconi” la nostra priorità!!!!!!!!!!!!
Magari chiedere a chi non arriva alla terza settimana del mese se vi fossero dubbi!

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Il pifferaio magico

IL ministro e il caso Englaro

dicembre 18, 2008

L´intervento del ministro  Sacconi  rappresenta rottura della legalità,  disconosce una sentenza passata in giudicato e preannuncia un´azione parlamentare volta a comprimere il diritto a decidere liberamente della propria vita. Viene messo in discussione ideologicamente il rifiuto alle cure quale diritto della persona.
La sentenza della Cassazione ha infatti ricostruito con grande rigore quella che è la situazione vigente in Italia, con riferimento alla Costituzione, alla legge sul Servizio sanitario nazionale, alle sentenze precedenti e al codice di deontologia medica. Il tentativo di privare di significato vincolante la sentenza della  Cassazione è già stato fatto col conflitto d´attribuzione sollevato dal Parlamento e respinto dalla Consulta. Ora, con una forzatura inaccettabile ci si riprova, con un atto che è intimidatorio.

La volontà di Eluana è quella ricostruita meticolosamente dalla magistratura, allora la confusione su chi decide che cosa è subito dissipata. Decide Eluana e la sua decisione va rispettata. Se io scelgo che preferisco morire piuttosto che farmi amputare un arto, come è successo pochi anni fa nel caso della signora siciliana, nessuno può tagliarmi una gamba, esercitando una violenza che per me è tortura. Su questo punto non si può transigere perché significherebbe accettare che nel nostro paese la società è autorizzata a perpetrare violenza nei confronti dei suoi cittadini.

La crisi e la giustizia!

dicembre 13, 2008

Sicuramente la giustizia italiana necessita di una riforma. Vi è la necessità di renderla più efficiente, rendere i processi più veloci, dare più mezzi alla sua macchina.

Di fronte alla crisi economica, che è solo alle prime battutte, con le famiglie che si impoveriscono e non arrivano a fine mese, salari e pensioni che non aumentano da anni, contrazione dei consumi, chiusura di negozi e di piccole imprese forse LA PRIORITA’ del paese è affrontare questa crisi e ridurne l’impatto.

Invece si resta di stucco nel sentire il primo ministri Berlusconi dirci che dobbiamo avere fiducia e spendere di più!!!!!!!!!!!!!!

Per lui la priorità resta: la separazione delle carriere, l’abolizione dell’obbligatorietà dell’azione penale, il controllo del governo sul CSM.

Cosa ne pensa la gente, è questà la priorità!!!!!!!!!!!!!!!!!!

NON CI CREDO!!!!!!!!!!!!!!!

Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo

dicembre 10, 2008

La Dichiarazione Universale dei Diritti dell’uomo è un documento, firmato a Parigi il 10 dicembre 1948, la cui redazione fu promossa dalle Nazioni Unite perché avesse applicazione in tutti gli stati membri.

Il documento è ancora oggi, forse più che allora, di straordinaria attualità, va diffuso e fatto conoscere. L’uomo, ogni uomo ha diritti inalienabili al di là della sua fede religiosa, del suo sesso, del suo credo politito, della nazione in cui vive. Tali diritti sono universali e tali solo per il fatto di essere al mondo.

L’Assemblea Generale
proclama

la presente Dichiarazione Universale dei Diritti Dell’Uomo come ideale da raggiungersi da tutti i popoli e da tutte le Nazioni, al fine che ogni individuo e ogni organo della società, avendo costantemente presente questa Dichiarazione, si sforzi di promuovere, con l’insegnamento e l’educazione, il rispetto di questi diritti e di queste libertà e di garantirne, mediante misure progressive di carattere nazionale e internazionale, l’universale ed effettivo riconoscimento e rispetto tanto fra popoli degli stessi Stati membri, quanto fra quelli dei territori sottoposti alla loro giurisdizione.

Articolo 1

Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza.

Articolo 2

1. Ad ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libertà enunciati nella presente Dichiarazione, senza distinzione alcuna, per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione.
2. Nessuna distinzione sarà inoltre stabilita sulla base dello statuto politico, giuridico o internazionale del Paese o del territorio cui una persona appartiene, sia che tale Paese o territorio sia indipendente, o sottoposto ad amministrazione fiduciaria o non autonomo, o soggetto a qualsiasi altra limitazione di sovranità.

Articolo 3

Ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà ed alla sicurezza della propria persona.

Continua a leggere gli articoli.

Materiale sulla dichiarazione universale dei diritti dell’uomo.

Eleanor Roosevelt con la prma bozza della dichiarazione.

Scuola di formazione politica di Libertà e Giustizia

dicembre 8, 2008

Parte la terza edizione.

Ripartire dalla formazione nella politica, attraverso un laboratorio culturale: la Scuola di Formazione Politica “Giovanni Ferrara” a Pavia.
Negli ultimi decenni il sistema dei partiti, le forme della politica, le responsabilità di governo a livello nazionale, locale e internazionale sono andate incontro a enormi cambiamenti. Una cosa non è mai cambiata nel nostro Paese: il pacchetto di cultura politica ereditato dai partiti nati nel XX secolo. Da qui la necessità di costruire uno spazio di ricerca e formazione per una proposta di governo, nel solco delle migliori tradizioni democratiche e riformiste, in grado di dare risposte convincenti alle domande e alle richieste di una società anch’essa sottoposta a trasformazioni significative.
Una necessità divenuta, a tre anni di distanza della prima edizione della Scuola, più importante e condivisa nell’attuale fase politica nazionale ed internazionale.

Per le iscrizioni.

collegio ghislieri pavia

Per ripartire!

dicembre 6, 2008

L’appello sottoscritto da 54 parlamentari del PD:

Siamo nel cuore di una “crisi storica” segnata da una recessione globale e dalla minaccia costante di quel terrorismo che ha segnato il mondo dopo l’11 settembre. L’economia – non solo la finanza speculativa – è investita da previsioni allarmanti. Del resto basta guardare a noi. Un milione i posti di lavoro a rischio da qui a un anno. Quattrocentomila i precari a casa entro Natale, e tra questi moltissime donne. Una diffusione della povertà che lambisce e recluta parte del ceto medio. Imprese, anche coraggiose nel modo di stare sui mercati, dal futuro ipotecato. Il tutto in un Paese col bilancio pubblico che conosciamo, coi ritardi e le anomalie note. Fino a ieri eravamo una Nazione perennemente in bilico dentro un G8 che dominava il mondo. Oggi muore il G8 sostituito da un altro club dove per noi difficilmente ci sarà uno spazio significativo. Mentre restiamo una Nazione che non ha risolto il suo problema di fondo: l’aver rinviato per anni una profonda e giusta modernizzazione in termini di crescita e di espansione di opportunità, diritti, responsabilità. Un’Italia declassata: questo è il rischio. Un Paese isolato nelle sue lentezze, burocrazie, ineguaglianze. Dove le élites della politica e della società, in questo appaiate, potrebbero continuare nella mortificazione di talenti e persone per tutelare gli interessi e le rendite di pochi. Un grande paese che letteralmente può perdersi. Spegnersi. Eppure le risorse per reagire ci sono. Ma vanno viste, riconosciute, valorizzate. Il che è una delle ambizioni morali e politiche del Pd.

Questo è il quadro: un mondo che cambia in modo vorticoso. Un’Europa alla ricerca della propria funzione. Un’Italia che dovrebbe avere il coraggio, soprattutto adesso, di una “rivoluzione dolce”. Rivoluzione di idee, mentalità, contenuti economici e sociali.  E che invece è in mano a un governo – a una destra – che si limita a rinnovare le cause della nostra decadenza in nome della triade “Dio Patria e Famiglia”. La realtà è che mai come ora siamo di fronte a snodi che investono il nostro destino. Il futuro per le prossime cinque o sei generazioni. La sorte stessa della “democrazia repubblicana”. E non perché siano in pericolo principi costituzionali formali ma per lo slittamento progressivo da una democrazia rappresentativa a un “autoritarismo subdolo”. Un processo che svuota delle sue prerogative un Parlamento “nominato”, che riduce gli spazi della partecipazione, che amplifica l’ossessione mediatica, che prosciuga le residue forme di civismo in un Paese di suo poco incline al rispetto delle regole e dell’etica pubblica.

Sono solo alcuni dei temi che il Pd deve affrontare. E la ragione che ha spinto molti tra noi a porre da tempo il nodo della sua cultura politica e del significato autentico di una “vocazione maggioritaria” che non va intesa come “autosufficienza”. Che ruolo immaginiamo per l’Italia dei prossimi anni? Che modello di democrazia scegliamo di difendere o promuovere, a partire dal “nostro” federalismo? Come pensiamo di affrontare il tema della crescita: quali terapie d’urto per creare nuova occupazione, per una più equa distribuzione dei redditi, per ridare dignità al lavoro? Che concezione abbiamo di sicurezza e legalità, della cittadinanza, del dialogo sulla pace e sui diritti umani? E come pensiamo di rapportarci a quelle domande di senso che ovunque investono le coscienze e responsabilizzano i parlamenti, a partire dalla difesa del principio della laicità nell’epoca dei fondamentalismi e di temi etici inediti? Insomma la vera domanda è come una politica “autonoma” intende rinnovare quella trama di diritti e doveri, quella comune responsabilità che distingue una società libera e consapevole, e che è l’unica strada per rilanciare una crescita competitiva, giusta socialmente e sostenibile nel suo impatto ambientale.

Si dice che guardiamo a Obama. Ma a quale dimensione di Obama? Quella che coltiva nel presente le grandi passioni civili del popolo americano? O anche l’Obama promotore di un programma di innovazione dell’economia e della coesione sociale? O ancora, l’Obama dei diritti civili e della tutela di ogni minoranza? E l’Europa? Possiamo noi – Democratiche e Democratici italiani – costruire oltre Atlantico il nostro campo di riferimenti ideali e culturali? O non è anche dalla storia e dalle radici profonde dell’Europa – della nostra civiltà e memoria – che dobbiamo trarre spunto per consolidare l’innovazione che ci siamo candidati a promuovere e governare? Questione che attiene anche al nodo della nostra collocazione futura nel Parlamento di Strasburgo.

Domande serie. Fino a quella – non la meno rilevante – che riguarda il modello di Partito che vogliamo costruire. Quale sarà nei fatti la sua articolazione territoriale, il suo radicamento. Quale sarà il peso dell’autonomia dei partiti regionali, nella definizione della propria cultura politica, delle alleanze, della selezione delle classi dirigenti. Perché una cosa è un partito federale. Altra sarebbe una confederazione di partiti. E ancora: come combineremo la spinta alla partecipazione delle primarie a tutti i livelli con una vita democratica che non si riduca solo a quell’aspetto, pure fondamentale?

Non è solo un elenco di temi. Il punto è che la risposta a questi e altri snodi fisserà la cornice culturale del Partito Democratico. Quel Partito che è la risorsa sulla quale abbiamo investito. E che rappresenta per ciascuno di noi la vera speranza di avvenire per il Paese.

Non possiamo assistere in silenzio a ciò che avviene sotto i nostri occhi. Un grande progetto di unità e innovazione rischia di smarrirsi dentro logiche di rendita e logoramento. A tutti i livelli. Prima di tutto al vertice, talvolta insofferente verso un confronto di merito sulle scelte che si compiono. Sul territorio dove i conflitti si moltiplicano, e spesso per ragioni di assetto o di potere. Nonostante ciò un “popolo democratico” esiste. Resiste. Reagisce, a partire dai nostri Circoli. Come si è visto al Circo Massimo. O nelle proteste di studenti, insegnati, lavoratori. Ma è lo scarto tra le due dimensioni – il paese reale e la vita politica e democratica del Pd – a creare incertezza, sconcerto, e in alcuni casi un abbandono silenzioso. Di fronte a questa situazione ognuno deve rimboccarsi le maniche. Non basta più dire che siamo nati solo da un anno, che si sono fatte molte cose buone e che il tempo premierà il nostro coraggio. Né il punto è una “resa dei conti” che riduca tutto alla questione della leadership. Noi dobbiamo affrontare e risolvere i problemi. E per farlo non è sufficiente ripetere che le “correnti” sono il male da combattere. E’ una frase di buon senso ma prescinde dal fatto che le correnti ci sono. Selezionano le persone sulla base della fedeltà più che del merito, e la maggioranza di chi le contesta – fino dentro il coordinamento nazionale – non può dire di esserne estraneo. Il risultato è che per i più “le correnti fanno male”, salvo la propria. Ma non è pensando a questo modo che si fanno dei passi avanti.

Per tutte queste ragioni è consolatorio ridurre la discussione sul nostro futuro allo scontro tra singole personalità. Soprattutto non aiuta. Il dovere di ognuno è dibattere dell’avvenire dell’Italia e della nostra democrazia. Senza reticenze. Proprio in nome dell’unità di un partito nel quale potersi sentire “comunità” è giusto confrontarsi in modo libero e limpido su idee e proposte per dare vita finalmente a un “pensiero democratico”. Un confronto dove l’appartenenza ai luoghi di tutti sia più forte del sostegno a singole componenti. Che poi è la condizione per una mescolanza che possa dar vita a un pluralismo di segno diverso. Certo, le emergenze incombono. La crisi economica e sociale, le elezioni europee e amministrative. E soprattutto l’azione quotidiana, il “fare”. Che passa dal sostegno alle nostre amministrazioni. E dalla qualità della nostra opposizione. In Parlamento, nella società, in ogni comune, provincia, regione. Ma proprio quelle emergenze impongono di affrontare i nodi non risolti nella costruzione del Pd. Perché un equivoco va superato. L’idea che la costruzione paziente dell’unità derivi dall’accantonamento della discussione sulle scelte. Scelte chiare e comprensibili a tutti. La realtà è che il Partito Democratico se vuole riacquistare quella credibilità delle “sue” parole, che oggi pare aver smarrito, deve puntare sulla limpidezza delle sue posizioni. E quella limpidezza non può essere il frutto di rimozioni o unanimismi di facciata ma il prodotto di una discussione franca e appassionata. Noi vogliamo contribuire a farlo, nelle sedi e nei luoghi dove ciò sarà concretamente possibile e nella stessa Conferenza Programmatica. Lo vogliamo fare con umiltà. Per amore della politica. Per passione verso il Partito nel quale crediamo. E per un’idea di partecipazione che dia valore a ogni persona, alla sua autonomia critica e all’impegno di ciascuno.

Luciano Agostini
Gabriele Albonetti
Sesa Amici
Teresa Bellanova
Giuseppe Berretta
Antonio Boccuzzi
Michele Bordo
Sandro Brandolini
Giulio Calvisi
Angelo Capodicasa
Marco Carra
Mario Cavallaro
Susanna Cenni
Lucia Codurelli
Furio Colombo
Paola Concia
Paolo Corsini
Gianni Cuperlo
Lino Duilio
Stefano Esposito
Paolo Fadda
Gianni Farina
Pierangelo Ferrari
Massimo Fiorio
Laura Froner
Maria Grazia Gatti
Oriano Giovanelli
Marialuisa Gnecchi
Sandro Gozi
Maria Laganà Fortugno
Donata Lenzi
Mario Lovelli
Andrea Lulli
Antonio Luongo
Maino Marchi
Massimo Marchignoli
Siro Marrocu
Margherita Mastromauro
Guido Melis
Ivano Miglioli
Antonio Misiani
Barbara Pollastrini
Fabio Porta
Elisabetta Rampi
Lorenzo Ria
Anna Rossomando
Antonio Rugghia
Marilena Samperi
Walter Tocci
Carlo Trappolino
Silvia Velo
Ludovico Vico
Angelo Zucchi
Massimo Zunino

IL FUTURO DEL PD IN QUATTRO MOSSE

dicembre 3, 2008

“Vorrei dire due parole sulle vicende del partito democratico. Alfredo Reichlin ha scritto sull´argomento cose che condivido pienamente. Non è la prima volta. Che i problemi del Pd si riducano a una partita tra Veltroni e D´Alema è una loro rappresentazione caricaturale. La tentazione di giocare ai guelfi e ghibellini credo sia più viva in alcuni dei loro «seguaci». Ma quella tentazione diventa forte quando nel partito langue il discorso sui veri problemi della politica.
La novità del partito democratico è consistita nella vittoriosa intuizione di Walter Veltroni sull´esistenza di una vasta domanda politica riformista liberata dalle pastoie di una sinistra paralizzante. Il grande popolo del Circo Massimo l´ha resa evidente. Il problema del Pd sta tutto nella risposta
Diceva Joseph Schumpeter che ogni seria analisi è subordinata a una «visione», a una interpretazione del mondo in cui ci si muove: del presente come storia. Senza visione non si sa dove si va. Si rischia di perdersi. Di diventare, realmente, «visionari».
Purtroppo, a me pare che nel partito democratico difettino e la visione e l´analisi. Il che rischia di rendere la sua funzione di opposizione inefficace. Di contestare puntigliosamente anche le cose buone proposte dal governo e di non essere capace di opporgli un progetto che le trascenda, appiattendosi su una solidarietà incondizionata anche alle reazioni corporative e conservatrici. Come mi pare avvenga sul problema della scuola, sul quale Mario Pirani ha scritto in modo eccellente.
Un esempio macroscopico di questo comportamento politicamente passivo è la balzana idea di inseguire il successo leghista creando un partito del Nord, e dando così un contributo alla decomposizione di quel poco di unità nazionale che è stato possibile realizzare in questi ultimi centocinquant´anni.
Il partito democratico attraversa una fase che io spero sia di assestamento e che però rischia di diventare di scollamento. Di solito, in questi casi, si invoca ritualmente un Congresso. Come se sia sufficiente radunare il popolo a discutere, senza sapere di che cosa. I leader del partito hanno il dovere di proporre i temi. Poi, ben venga il Congresso e la contrapposizione democratica.
In proposito vorrei sollevarne quattro. Chiamerei il primo il tema del mercatismo compassionevole. Una crisi di grandi proporzioni sta investendo l´economia. Da essa risulta il fallimento clamoroso della pretesa fondamentale del neoliberismo che ha caratterizzato un ciclo trentennale: l´autoregolazione dei mercati. Si pone alla sinistra riformista il compito di una risposta: come quella del riformismo keynesiano e socialdemocratico nella precedente fase di capitalismo ben temperato. E´ ovvio che le ricette di allora, basate sulla centralità dello Stato nazionale, non possono essere automaticamente applicate in una condizione di globalizzazione mondiale. Un nuovo sistema di regolazione, non di gestione politica dell´economia, va costruito come risposta a una crisi devastante. Qual è la reazione dei cultori del pensiero unico neo liberista? lo Stato paghi i guasti della crisi, e si guardi dall´interferire nel Mercato. Ora, che questa arrogante pretesa sia avanzata dalla destra, non deve sorprendere. Il fatto è che riscuote consensi da neofiti liberisti di sinistra.
Secondo tema. Il modo di fare opposizione. E´ invalsa tra i cosiddetti liberali, ma anche tra alcuni cosiddetti socialisti, la denuncia dell´antiberlusconismo. Ho ricordato prima l´opportunità che l´opposizione recepisca anche proposte del governo nel quadro di un progetto riformista: ce ne sono. Ma sull´antiberlusconismo si dovrebbe essere intransigenti. Sul gigantesco conflitto d´interesse su cui lo strapotere dell´attuale Premier si fonda. Sullo stile italiota dei frizzi e dei lazzi che arreca danni fatali a un paese che tanti stranieri associano ancora al mito di Pulcinella. Terzo tema. Il governo della cattolicissima Spagna ci sta spiegando la lezione di una politica laica.
Quarto e ultimo punto (per ultimo, non da ultimo). Non so come si chiuderà la tormentosa questione del rapporto tra il Partito democratico e il Partito socialista europeo. Staremo a vedere.
Io per me ho deciso di morire socialista. Data l´età, non si tratta di un impegno di lunga lena. E non gli do una particolare enfasi. Solo un segno di continuità. Non riesco invece a capire l´enfasi con la quale annunciano di non volere morire socialiste persone, per carità, degnissime, che sono morte e risorte più e più volte, sotto diverse bandiere”.  GIORGIO RUFFOLO

Penso non ci sia molto da aggiungere!

Appello per il diritto alla libertà di cura

dicembre 1, 2008

Un appello per il diritto alla libertà di cura. Per una legge sul testamento biologico che confermi il diritto alla salute ma non il dovere alle terapie. Un appello che chiede di rispettare l´articolo 32 della Costituzione.
L´iniziativa è stata lanciata dal chirurgo e senatore del Pd, Ignazio Marino, e già sottoscritta da diverse personalità della politica e dell´informazione, dello sport e dello spettacolo. Il testo ha ricevuto adesioni trasversali come quella del Nobel Rita Levi Montalcini, di Giuliano Amato e Stefano Rodotà. È stato firmato dal fondatore di Repubblica, Eugenio Scalfari, Miriam Mafai, Corrado Augias e Massimo Giannini. E ancora, tra gli altri, dal segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani e dal ct della nazionale, Marcello Lippi, dall´attrice Simona Marchini, dalla ginecologa Alessandra Kustermann e da Mina Welby.
«Rivendichiamo l´indipendenza dei cittadini nella scelta delle terapie, come scritto nella Costituzione», recita l´appello. E continua: «Rivendichiamo tale diritto per tutte le persone, per coloro che possono parlare e decidere, e anche per chi ha perso l´integrità intellettiva e non può più comunicare, ma ha lasciato precise indicazioni sulle proprie volontà». L´iniziativa nasce dalla preoccupazione che la legge che sarà approvata, rendendo obbligatoria idratazione e nutrizione enterale, come vuole il centrodestra, non rispetti l´orientamento degli italiani. «Negli ultimi due anni e mezzo sono stato invitato a parlare di questo tema in oltre 100 convegni riscontrando che la maggior parte delle persone ritiene che rispetto a malattia e a terapia la scelta debba spettare alla persona», racconta Marino. E chiarisce: «Vogliamo raccogliere centinaia di migliaia di adesioni per dire con forza a chi ha la responsabilità di condurre la discussione sul testamento biologico in Parlamento di ascoltare l´opinione di tutti».
Continua l´appello: «Chiediamo che la legge sul testamento biologico rispetti il diritto di ogni persona a poter scegliere. Chiediamo una legge che dia la possibilità, solo a chi lo vuole, di indicare, quando si è pienamente consapevoli e informati, le terapie alle quali si vuole essere sottoposti così come quelle che si intendono rifiutare, se un giorno si perderà la coscienza e con essa la possibilità di esprimersi». E conclude: «Chiediamo una legge che colmi il vuoto del nostro Paese in questa materia ma rifiutiamo che una qualunque terapia o trattamento medico siano imposti dallo Stato contro la volontà espressa del cittadino».  

Firma l’appello.