Archive for agosto 2008

Opposizione: si ma efficace.

agosto 31, 2008

“..Sergio Romano, sul Corriere della Sera di ieri ha scritto che l´opposizione dovrebbe collaborare. Non riesco a capire per molti ed egregi opinionisti il ruolo dell´opposizione. Deve collaborare sulla sicurezza, sul federalismo, sulla giustizia, sulla legge elettorale, sulle riforme costituzionali, sulla scuola, sulla sanità. Ed anche su questo pasticcio dell´Alitalia.
Quello che non capisco è dove si può fare opposizione. Sulle fontanelle di quartiere, sindaci di destra permettendolo? Sarebbe interessante saperlo. In realtà si vorrebbe un´opposizione al guinzaglio, un´opposizione addomesticata. Non mi pare sia questo il suo ruolo in una democrazia liberal-democratica. Gli Usa insegnano”.

Prodi non abbocca

agosto 30, 2008

“…«Le intercettazioni sono utili», dice Prodi. Invita, chi vuole, a pubblicare integralmente le sue conversazioni, sicuro di non doversi vergognare delle sue parole. Con il che, l´ultimo tentativo di Berlusconi di creare uno stato di necessità, che imponga l´annichilimento delle intercettazioni e delle cronache, s´affloscia come un soufflé malfatto e svela i suoi ingredienti.
Da quando il Cavaliere è al governo è il terzo affondo. Si comincia nei primi giorni di giugno. Una nota di Palazzo Chigi annuncia che il governo ha approvato un decreto con immediata forza di legge che vieta le intercettazioni, se si esclude terrorismo e mafia, praticamente per tutti i reati (anche quelli per corruzione) e dispone il carcere per chi le pubblica. «È un provvedimento atteso da tutti i cittadini» giura Berlusconi. Deve intervenire addirittura il Quirinale per ricordare che il capo dello Stato ha già fatto sapere al governo che non intende riconoscere né l´urgenza né la necessità di un decreto legge. Palazzo Chigi impiega due ore per correggersi. È «un refuso»: presentiamo un disegno di legge, non un decreto.
Il mago di Arcore ci riprova in luglio. Per giorni il Paese è inchiodato a un dilemma: che cosa dice Berlusconi nelle conversazioni privatissime registrate dalla procura di Napoli? Le sue parole sono davvero così inappropriate da costringerlo alle dimissioni? È vero che, in un´intercettazione, spiega a Fedele Confalonieri le ragioni postribolari dell´ingresso di qualche ministra nel governo? Quelle conversazioni semplicemente non esistono. Non sono mai esistite in un fascicolo giudiziario. L´avvocato del Cavaliere – Nicolò Ghedini, ministro di Giustizia di fatto – lo sa. Sa che a Napoli e a Milano sono stati raccolti dei colloqui privati del Cavaliere (niente a proposito di ministre) e sa che, irrilevanti dal punto di vista penale, sono stati o saranno distrutti. Ghedini si guarda bene dal dirlo. Non aiuterebbe la performance dell´illusionista che, con notizie farlocche affidate ai famigli, veleni insufflati nelle redazioni, deve rappresentare la necessità di un urgente «giro di vite».
Mi spiano illegalmente, geme Berlusconi. Vogliono ricattarmi con intercettazioni private, abusivamente consegnate alle redazioni, protesta. Minaccia incursioni televisive e requisitorie parlamentari. La pantomima, che si è affatturato con la complicità del suo avvocato-consigliere, lo autorizza a chiedere subito alle Camere genuflesse l´approvazione della nuova legge. Si sente finalmente abilitato a pretendere dal capo dello Stato di riconoscere l´urgenza costituzionale di un decreto legge. Il sette luglio è a un passo dall´imporre al Consiglio dei ministri un provvedimento che vieta, pena la galera per il giornalista e la disgrazia dell´editore, la pubblicazione delle intercettazioni. Si ferma, lo fermano (troppo presto per dare battaglia a Napolitano). Ci riprova ora combinando dal nulla un “caso Prodi” alla vigilia del suo rientro a Roma, tanto per spiegare ai suoi che cosa gli interessa che facciano in Parlamento nelle prossime settimane.
I suoi dimostrano di aver capito al volo. Il presidente del Senato Renato Schifani (chi lo sa con quale titolo istituzionale) chiede che le Camere approvino subito la riduzione al silenzio della stampa (gli appare addirittura una mossa «indifferibile») rinviando alla discussione della riforma della giustizia «l´individuazione delle tipologie di reato per le quali poter utilizzare quel metodo di indagine». Difficile avere dubbi (chi ne aveva?): Berlusconi pretende che la sua legittimità a governare sia libera dall´impaccio della legalità; intende legale con un «soltanto formale» e legittimo come il suo opposto. Vuole tagliar corto con le dispute togate e avvocatesche di uno Stato giurisdizionale e le lunghe, faticose discussioni dello Stato parlamentare. Ridotte già le Camere a una sorta di “servizio al governo”, era così scritto che il Cavaliere si dovesse occupare al più presto di magistratura e informazione, i due ordini che, nell´equilibrio di checks and balances, sono le istituzioni di controllo dei poteri e, nell´interpretazione della legittimità di Berlusconi, soltanto pericolosi ostacoli che impediscono al sovrano di governare perché sorvegliano le sue decisioni. Quella vigilanza è un impedimento che crea uno status necessitatis, che gli impone di andare avanti per decreti con forza di legge o per leggi approvate in pochi giorni creando ad hoc il “clima giusto”. È quel che è accaduto con il fasullo “caso Prodi” e quel accadrà in un autunno, freddissimo per la Costituzione”.

Giuseppe D’Avanzi. Da La Repubblica

CI PROVERA’ ANCORA IL PIFFERAIO DI ARCORE!

Alitalia, resta solo la bandiera

agosto 29, 2008

“….Per simulare la strenua difesa di un presunto “interesse nazionale”, il governo ha compiuto un vero e proprio “suicidio industriale”. Il nuovo piano messo a punto da Banca Intesa e avviato dai provvedimenti varati ieri dal Consiglio dei ministri non serve a salvare il futuro di Alitalia, ma è utile solo a salvare la faccia al leader di Forza Italia…

Le rotte internazionali vengono ridimensionate, e si salvano solo quelle a breve-medio raggio. E soprattutto si eliminano gli “hub”, con il seguente, felice paradosso: non si riqualifica Malpensa (tra lo scorno e il disdoro di Formigoni e Moratti) e per di più si squalifica Fiumicino (con l’ira funesta di Alemanno e Zingaretti)….

…Gli esuberi diventano 6 mila, e non si capisce dove andranno a finire, se non in qualche carrozzone del parastato…..

….Cosa resta, alla fine del giro? Una piccola Alitalia, drasticamente ridimensionata nelle ambizioni industriali e nelle relazioni internazionali. È vero, la cloche resta in mano al governo italiano, e i francesi potrebbero rientrare con una quota di minoranza. Ma forse è proprio questo il problema: l’Italietta si tiene la sua Alitalietta. Detto altrimenti: resta la bandiera, ma della compagnia rimane poco. Ora i sindacati hanno poco da protestare: hanno avuto quello che si meritano. E le opposizioni non hanno granché da criticare: hanno pagato i loro demeriti……”
Massimo Giannini, da La Repubblica.

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RESTO SENZA PAROLE!

Alitalia: senza parole!

agosto 28, 2008

Alitalia: grazie Silvio, hai risolto il problema!

Brava Concita

agosto 27, 2008

Dopo la sua nomina alla direzione de L’Unità,  il primo editoriale mi ha stupito positivamente, tanto da riproporvelo:

Il nostro posto – Concita De Gregorio

Sono cresciuta in un Paese fantastico di cui mi hanno insegnato ad essere fiera. Sono stata bambina in un tempo in cui alzarsi a cedere il posto in autobus a una persona anziana, ascoltare prima di parlare, chiedere scusa, permesso, dire ho sbagliato erano principi normali e condivisi di una educazione comune. Sono stata ragazza su banchi di scuola di città di provincia dove gli insegnanti ci invitavano a casa loro, il pomeriggio, a rileggere ad alta voce i testi dei nostri padri per capirne meglio e più piano la lezione. Sono andata all’estero a studiare ancora, ho visto gli occhi sbigottiti di coloro a cui dicevo che se hai bisogno di ingessare una frattura, nei nostri ospedali, che tu sia il Rettore dell’Università o il bidello della Facoltà fa lo stesso, la cura è dovuta e l’assistenza identica per tutti. Sono stata una giovane donna che ha avuto accesso al lavoro in virtù di quel che aveva imparato a fare e di quel che poteva dare: mai, nemmeno per un istante, ho pensato che a parità di condizioni la sorte sarebbe stata diversa se fossi stata uomo, fervente cattolica, ebrea o musulmana, nata a Bisceglie o a Brescia, se mi fossi sposata in chiesa o no, se avessi deciso di vivere con un uomo con una donna o con nessuno.

Ho saputo senza ombra di dubbio che essere di destra o di sinistra sono cose profondamente diverse, radicalmente diverse: per troppe ragioni da elencare qui ma per una fondamentale, quella che la nostra Costituzione – una Costituzione antifascista – spiega all’articolo 2, proprio all’inizio: l’esistenza (e il rispetto, e il valore, e l’amore) del prossimo. Il “dovere inderogabile di solidarietà” che non è concessione né compassione: è il fondamento della convivenza. Non erano mille anni fa, erano pochi. I miei genitori sapevano che il mio futuro sarebbe stato migliore del loro. Hanno investito su questo – investito in educazione e in conoscenza – ed è stato così. È stato facile, relativamente facile. È stato giusto. Per i nostri figli il futuro sarà peggiore del nostro. Lo è. Precario, più povero, opaco.

Chi può li manda altrove, li finanzia per l’espatrio, insegna loro a “farsi furbi”. Chi non può soccombe. È un disastro collettivo, la più grande tragedia: stiamo perdendo la fiducia, la voglia di combattere, la speranza. Qualcosa di terribile è accaduto negli ultimi vent’anni. Un modello culturale, etico, morale si è corrotto. La politica non è che lo specchio di un mutamento antropologico, i modelli oggi vincenti ne sono stati il volano: ci hanno mostrato che se violi la legge basta avere i soldi per pagare, se hai belle le gambe puoi sposare un miliardario e fare shopping con la sua carta di credito. Spingi, salta la fila, corrompi, cambia opinione secondo la convenienza, mettiti al soldo di chi ti darà una paghetta magari nella forma di una bella presidenza di ente pubblico, di un ministero. Mettiti in salvo tu da solo e per te: gli altri si arrangino, se ne vadano, tornino a casa loro, crepino.

Ciò che si è insinuato nelle coscienze, nel profondo del Paese, nel comune sentire è un problema più profondo della rappresentanza politica che ha trovato. Quello che ora chiamiamo “berlusconismo” ne è stato il concime e ne è il frutto. Un uomo con un potere immenso che ha promosso e salvato se stesso dalle conseguenze che qualunque altro comune cittadino avrebbe patito nelle medesime condizioni – lo ha fatto col denaro, con le tv che piegano il consenso – e che ha intanto negli anni forgiato e avvilito il comune sentire all’accettazione di questa vergogna come fosse “normale”, anzi auspicabile: un modello vincente. È un tempo cupo quello in cui otto bambine su dieci, in quinta elementare, sperano di fare le veline così poi da grandi trovano un ricco che le sposi. È un tempo triste quello in cui chi è andato solo pochi mesi fa a votare alle primarie del Partito Democratico ha già rinunciato alla speranza, sepolta da incomprensibili diaspore e rancori privati di uomini pubblici.

Non è irrimediabile, però. È venuto il momento di restituire ciò che ci è stato dato. Prima di tutto la mia generazione, che è stata l’ultima di un tempo che aveva un futuro e la prima di quello che non ne ha più. Torniamo a casa, torniamo a scuola, torniamo in battaglia: coltivare i pomodori dietro casa non è una buona idea, metterci la musica in cuffia è un esilio in patria. Lamentarsi che “tanto, ormai” è un inganno e un rifugio, una resa che pagheranno i bambini di dieci anni, regalargli per Natale la playstation non è l’alternativa a una speranza. “Istruitevi perché abbiamo bisogno di tutta la vostra intelligenza”, diceva l’uomo che ha fondato questo giornale. Leggete, pensate, imparate, capite e la vita sarà vostra. Nelle vostre mani il destino. Sarete voi la giustizia. Ricominciamo da qui. Prendiamo in mano il testimone dei padri e portiamolo, navigando nella complessità di questo tempo, nelle mani dei figli. Nulla avrà senso se non potremo dirci di averci provato.

Questo solo posso fare, io stessa, mentre ricevo da chi è venuto prima di me il compito e la responsabilità di portare avanti un grande lavoro collettivo. L’Unità è un pezzo della storia di questo Paese in cui tutti e ciascuno, in tempi anche durissimi, hanno speso la loro forza e la loro intelligenza a tenere ferma la barra del timone. Ricevo in eredità – da ultimo da Furio Colombo ed Antonio Padellaro – il senso di un impegno e di un’impresa. Quando immagino quale potrebbe essere il prossimo pezzo di strada, in coerenza con la memoria e in sintonia con l’avvenire, penso a un giornale capace di parlare a tutti noi, a tutti voi di quel che anima le nostre vite, i nostri giorni: la scuola, l’università, la ricerca che genera sapere, l’impresa che genera lavoro. Il lavoro, il diritto ad averlo e a non morirne. La cura dell’ambiente e del mondo in cui viviamo, il modo in cui decidiamo di procurarci l’acqua e la luce nelle nostre case, le politiche capaci di farlo, il governo del territorio, le città e i paesi, lo sguardo oltreconfine sull’Europa e sul mondo, la solidarietà che vuol dire pensare a chi è venuto prima e a chi verrà dopo, a chi è arrivato da noi adesso e viene da un mondo più misero e peggiore, solidarietà fra generazioni, fra genti, fra uguali ma diversi. La garanzia della salute, del reddito, della prospettiva di una vita migliore. Credo che per raccontare la politica serva la cronaca e che la cronaca della nostra vita sia politica. Credo che abbiamo avuto a sufficienza retroscena per aver voglia di tornare a raccontare, meglio e più onestamente possibile, la scena. Credo che la sinistra, tutta la sinistra dal centro al lato estremo, abbia bisogno di ritrovarsi sulle cose, di trovare e di dare un senso al suo progetto. Il senso, ecco. Ritrovare il senso di una direzione comune fondata su principi condivisi: la laicità, i diritti, le libertà, la sicurezza, la condivisione nel dialogo. Fondata sulle cose, sulla vita, sulla realtà. C’è già tutto quello che serve. Basterebbe rinominarlo, metterlo insieme, capirsi. Aprire e non chiudere, ascoltarsi e non voltarsi di spalle. È un lavoro enorme, naturalmente. Ma possiamo farlo, dobbiamo. Questo giornale è il posto. Indicare sentieri e non solo autostrade, altri modi, altri mondi possibili. Ci vorrà tempo. Cominciamo oggi un lavoro che fra qualche settimana porterà nelle vostre case un quotidiano nuovo anche nella forma. Sarà un giornale diverso ma sarà sempre se stesso come capita, con gli anni, a ciascuno di noi. L’identità, è questo il tema. L’identità del giornale sarà nelle sue inchieste, nelle sue scelte, nel lavoro di ricerca e di approfondimento che – senza sconti per nessuno – sappia spiegare cosa sta diventando questo paese; nelle voci autorevoli che ci suggeriscano dove altro sia possibile andare, invece, e come farlo. Sarà certo, lo vorrei, un giornale normale niente affatto nel senso dispregiativo, e per me incomprensibile, che molti danno a questo attributo: sarà un normale giornale di militanza, di battaglia, di opposizione a tutto quel che non ci piace e non ci serve. Aperto a chi ha da dire, a tutti quelli che non hanno sinora avuto posto per dire accanto a quelli che vorranno continuare ad esercitare qui la loro passione, il loro impegno. Non è qualcosa, come chiunque capisce, che si possa fare in solitudine. C’è bisogno di voi. Di tutti, uno per uno. Non ci si può tirare indietro adesso, non si deve. È questa la nostra storia, questo è il nostro posto.

Il nostro antifascismo

agosto 26, 2008

La democrazia è tale se vi è libertà di parola, stampa, religione.
Libertà dalla miseria e dalla paura.
Se vi è separazione dei poteri, cioè del potere esecutivo (governo), legislativo (parlamento) e giudiziario (consiglio superiore della magistratura).
Per la nostra storia questi concetti sono ben rappresentati dall’antifascismo. Questo poiché durante il fascismo non vi era nessuna delle condizioni sopra esposte. Non vi era la possibilità di dire quello che uno pensava, di scrivere cose diverse da quello che la dittatura diceva. Miseria e paura sono sempre state usate dal regime come strumento per mantenere il controllo politico.
Il governo e il parlamento erano un tutt’uno, che controllava anche la magistratura.
Da parecchi anni la destra italiana cerca di eliminare il valore dell’antifascismo. Si continua a ripetere in ogni luogo e salsa che è il tempo della riconciliazione. Che il fascismo è alle nostre spalle, cosa passata. Peccato che chi (Berlusconi) lo continua a dire e a ripetere ad ogni occasione, abbia nel contempo continuato a dire che il governo Prodi era un governo di comunisti, che la sinistra è fatta di comunisti.
Berlusconi sa benissimo che a continuare a ripetere concetti, questi alla fine diventano “veri” per chi li ascolta.
E’ comprensibile che lo faccia per vincere la battaglia politica. Cercando di cambiare il senso di fascismo ed antifascismo, comunismo ed anticomunismo. Sa bene che prima della battaglia politica va vinta la battaglia delle idee.
A sinistra lo abbiamo capito??
I valori che difendiamo sono riassumibili nell’antifascismo.
Questo concetto va ribadito, gridato in tutte le piazze e sedi possibili.
Certo non abbiamo la potenza mediatica di Berlusconi, ma sarebbe sbagliato non farlo per la consueta e tragica tendenza della sinistra al politically correct, cioè non parlare chiaro perché se no rischiamo di offendere qualcuno. La sinistra ha convertito la sua antica tradizione di fermezza in una sorta di soffice accettazione delle cose come avvengono.
La tendenza a limitare la libertà di stampa (attraverso la limitazione del pluralismo e delle inchieste giornalistiche fastidiose), la libertà di parola (vedi cosa è successo a famiglia cristiana quando si è permessa di parlar male del capo del governo), la tendenza a basare tutta la politica sulla paura (paura dal diverso che ti ruba il posto di lavoro, la casa, l’assistenza sanitaria etc..paura per la propria sicurezza quando il numero di reati cala, è ripetuto fino a diventare vero) è di destra e fascista (lo dice famiglia cristiana, il bello è che non lo diciamo noi).
Per non parlare della tendenza a risolvere le urgenze del paese nella riforma della giustizia: divisione delle carriere, divisone del CSM, abolizione dell’obbligatorietà dell’azione penale etc.
Tutte riforme nel segno di limitare l’indipendenza del potere giudiziario da quello politico con una tendenza marcatamente fascista.
Ripetiamo che siamo antifascisti e che questo governo ha tendenze fasciste.
La nostra visone del mondo è antifascista: difende la libertà, la solidarietà, l’uguaglianza delle opportunità e combatte la miseria e la paura.
Idee chiare da ripetere in continuazione e da contrapporre alla visone del mondo della destra.
Certo poi serve altro ma almeno su questo non è il caso di essere politically correct faremmo solo un favore a Berlusconi.

Nomadi. Stategie non solo espulsioni

agosto 25, 2008

Don Virginio Colmegna, presidente della Casa della Carità di Milano.
Don Colmegna, qual è questa strategia?
«Quella del superamento del concetto di campo, prima di tutto, che va realizzata gradualmente e capendo che la questione nomadi non è solo un problema di ordine pubblico e non si può risolvere solo a colpi di espulsioni. Villaggi solidali, aree temporanee, percorsi di uscita: queste sono le tre strade da intraprendere, raccogliendo le esperienze positive di altre città europee ma senza alzare muri tra città e provincia, perché questo discorso si può fare solo interessando l´area metropolitana».
Ci spieghi i tre progetti.
«I villaggi solidali, con i patti di socialità e legalità, sono l´unica alternativa valida al modello Triboniano, troppo grande e dispersivo. I villaggi servono per chi è davvero stanziale, per questo si dovranno studiare regolamenti, pagamenti, ma anche forme di autogestione e progetti per l´inserimento lavorativo e scolastico. Sulle aree temporanee bisognerà capire come farle e per chi. Infine i percorsi di uscita, che già stanno dando buoni frutti, tanto che entro dicembre 120 persone avranno una casa e un lavoro. Tutto questo, però, a condizione che chi viene aiutato accetti i patti di cittadinanza e i regolamenti che sono fatti di “no”, le contravvenzioni, ma anche di “sì”, ovvero il sostegno e la partecipazione».
Il vicesindaco ha messo l´accento sulle costruzioni abusive.
«Intanto credo che per difendere alcune di quelle case siano già stati fatti dei ricorsi, ma il punto è un altro: neanche a me piace l´illegalità, ma prima di gridare allo scandalo dovremmo capire cosa vuol dire vivere in otto in una roulotte per anni: se già 50 nuclei familiari di via Triboniano hanno fatto domanda per una casa popolare, qualcosa vorrà dire. Chi lavora onestamente, chi manda i figli a scuola, chi non vuole più scontare la paura della gente verso chi vive nei campi deve essere aiutato».
E gli altri? Non tutti i nomadi sono onesti e non tutti sono regolari, tanto che molti sarebbero già andati via.
«Sono andati via solo per l´estate, ma torneranno. Quello che dico è: via i fannulloni, chi commette reati, chi non vuole impegnarsi davvero. Al Triboniano non tutti hanno accettato il patto, che costa fatica, così un venti per cento è stato allontanato. Però sono convinto che il miglior deterrente per chi delinque sia vedere che invece ci sono possibilità di fare esperienze positive di inserimento. Milano non può vivere solo di allontanamenti e sgomberi, né di proclami prematuri».
Casa e lavoro ai nomadi: don Colmegna, non sarà un progetto troppo ambizioso?
«Non credo, perché già ora funzionano le cooperative di pulizie, di catering e altro. Però sarebbe bello che, in vista dell´apertura dei cantieri per l´Expo, il Comune di Milano assumesse cooperative di manovali dei campi nomadi. Sarebbe un messaggio importante di coesione sociale».

La dittatura rossa

agosto 23, 2008

Tra l’ABC della “democrazia” vi sono: la separazione dei poteri (esecutivo, legislativo e giudiziario), la libertà di parola, di stampa e di religione e òa difesa delle minoranze. Qualora uno di questi elementi mancasse ci si trova di fronte ad una dittatura. In Cina vengono meno questi cardini di ogni democrazia. 

Il Dalai Lama pochi giorni fa ci racconta: “Dall´inizio delle rivolte di marzo, solo nella regione di Lhasa sono state uccise 400 persone. Uccise con armi da fuoco, mentre manifestavano pacificamente. I loro corpi non sono stati restituiti alle famiglie. Diecimila sono stati arrestati. Non sappiamo dove siano detenuti”. Il Dalai Lama traccia un quadro terribile della situazione nel suo paese. ”

Come il Tibet anche le zone limitrofe abitate dai tibetani sono quasi inaccessibili agli stranieri, soprattutto se giornalisti o diplomatici. Le voci della strage che hanno raggiunto il Dalai Lama non possono essere confermate perché la Cina impedisce l´accesso a osservatori indipendenti, calpestando gli impegni solenni sulla libertà d´informazione che aveva preso quando ottenne i Giochi. Perino il turismo è ridotto agli sgoccioli, le restrizioni imposte dalle autorità cinesi inaridiscono una delle poche fonti di reddito dei tibetani. Sui mass media nazionali regna il silenzio: grazie al filtro implacabile della censura, non vi è traccia né delle manifestazioni in Tibet né delle parole del Dalai Lama.

La finzione di una “tregua olimpica” si è dileguata. Per il Dalai Lama la disillusione è grave. Aveva sperato che proprio i Giochi fornissero l´occasione al regime cinese per un´apertura, un ramoscello di ulivo, l´avvio di un dialogo sincero.

La società civile non può  che essere indignata.

Federalismo?

agosto 21, 2008

Il federalismo nella sua veste di regionalismo trovò ampia espressione nel risorgimento italiano; tuttavia, dopo l’unità, prevalse il criterio dell’accentramento, nonostante Cavour, Marco Minghetti e Luigi Carlo Farini fossero fautori del decentramento politico e di un’articolazione federale dello stato.

Tale tendenza si fece nuovamente viva nel primo dopoguerra, ma fu stroncata dal fascismo che, agendo nella direzione opposta, arrivò a sopprimere addirittura le autonomie locali, facendo dipendere i comuni e le province direttamente dall’esecutivo centrale. Ritornò, quindi, nel secondo dopoguerra e la nuova Costituzione conferì alle regioni ampio rilievo istituzionale. Tuttavia l’autonomia delle regioni, accolta nella Costituzione repubblicana (1948), venne applicata soltanto nel 1970 a causa delle dure opposizioni politiche del governo centrale alla possibilità di amministrazioni regionali rette da forze di opposizione, come in Emilia e in Toscana.

La tradizione del PCI è sempre stata molto contraria al federalismo a differenza della tradizione cattolica.

La Lega Nord basa il suo successo politico sul federalismo.

 Un federalismo che possa essere solidale, salvaguardare l’unità dell’Italia, che dia garanzie ed responsabilità finanziaria adeguate a regioni e comuni è obiettivo acquisito dal PD.

Nella desta a parte la Lega Nord a chi può interessare???? Cosa ne pensano i parlamentari del PdL???
 
BOZZA CALDEROLI SUL FEDERALISMO FISCALE

La faccia di una dittatura

agosto 20, 2008

La notte tra il 20 e il 21 agosto 1968 un contingente formato da 200.000-600.000 soldati e fra 5.000-7.000 veicoli corazzati dell’armata sovietica dell’URSS invade la Cecoslovacchia.

Il periodo storico della ‘Prazske jaro’, la cosiddetta “Primavera di Praga”, durato da gennaio ad agosto del 1968.
– La Primavera di Praga inizia il 5 gennaio 1968. Alla guida del partito Comunista cecoslovacco, leader delle istanze dei riformisti, è Alexander Dubcek che porta avanti il “Socialismo dal volto umano”.
– Il 22 febbraio iniziano i primi contrasti tra Praga e Mosca. In occasione del XX anniversario della Cecoslovacchia comunista vengono criticati duramente e cancellati interi passaggi dell’intervento ufficiale di Dubcek, ritenuti troppo critici nei confronti del sistema comunista.
– A marzo in Cecoslovacchia viene abolita la censura introdotta due anni prima. Dubcek invita la popolazione ad esercitare il diritto di opinione e affida la direzione della radio, della televisione e di importanti giornali a intellettuali riformisti.
– Alla fine di marzo la svolta riformista subisce un’accelerazione. La componente ortodossa del regime tenta di ristabilire il controllo, ma fallisce e nel Paese si solleva una massiccia protesta popolare che causa, il 21 marzo, Antonin Novotny fu costretto a lasciare anche la presidenza della repubblica e venne sostituito da Ludvik Svoboda, un generale a riposo, vittima negli anni Cinquanta delle purghe staliniane.
– A giugno a Praga viene pubblicato il ‘Manifesto delle 2000 parole’, che sollecita Dubcek ad accelerare le riforme e denuncia le interferenze del patto di Varsavia negli affari interni del Paese.
– La notte tra il 20 e il 21 agosto 1968 un contingente formato da 200.000-600.000 soldati e fra 5.000-7.000 veicoli corazzati invase il Paese.
– Dubcek e altri leader del governo vennero condotti a Mosca, dove il 24 agosto furono costretti ad accettare la presenza delle truppe straniere e a bloccare il programma di riforme.
-Nei mesi successivi venne avviata la ‘normalizzazioneì. Tutti i protagonisti della primavera di Praga furono epurati e fu ripristinata la vecchia nomenklatura.