Archive for aprile 2008

Ripartire anche da…Vicenza!

aprile 30, 2008

Il risultato di Roma è troppo significativo, rilevante, netto. E, per il Centrosinistra, traumatico. Perché è la capitale d´Italia. E, fino a ieri, del Centrosinistra. Appunto: fino a ieri. Oggi la geografia politica italiana è cambiata. Soprattutto per il centrosinistra. Due settimane fa aveva riscoperto la “questione settentrionale”, ieri, dopo il ballottaggio delle elezioni amministrative, ha riaperto la “questione romana”. Quella “meridionale” si era già consumata, visti i risultati delle politiche.
Visto l´esito delle elezioni regionali in Sicilia. Così, si è spezzato anche il bipolarismo metropolitano che aveva caratterizzato la prima Repubblica. Milano e Roma. Capitali delle due Italie. Rispettivamente: di Destra e Sinistra. Oggi il Paese è unito. Milano e Roma, sotto il segno di Berlusconi. Collante e cornice, capace di far coabitare Lega e An. Fino a quando e come non si sa. Ma, intanto, per la prima volta dai tempi della prima Repubblica, le due capitali hanno un governo di segno coerente. Il centrosinistra, rinnovato e riformato, dopo la fine dell´Unione e la “fondazione” del Pd, invece, appare “spaesato”. Sperduto. Non ha più casa. A meno che non si consideri tale il rifugio tradizionale e storico delle “regioni rosse” del centro. (Dove, peraltro, qualche scricchiolio si avverte). Gli stessi confini, le stesse roccaforti del Pci, fin dalle origini. Quasi una cittadella assediata. Il Pd, in fondo, era nato per superarne i confini. Per andare “oltre”. Per diventare un partito nazionale. In grado di governare l´Italia. Come la Dc nella prima repubblica. Come il cartello PdL-Lega, oggi. Il processo di “sterritorializzazione” che ha colpito il centrosinistra, in questa fase, è ben descritto dal bilancio dei comuni oltre i 15mila abitanti, in cui si è votato in queste settimane. Fino a due settimane fa il Centrosinistra ne governava 47, il Centrodestra 22. Altri 2 erano amministrati da liste civiche. Oggi, il rapporto si è letteralmente rovesciato. Il Centrodestra ne governa 46 e il Centrosinistra 24. Sta cambiando la geografia politica del Paese. Radicalmente. In senso letterale. Perché intacca il rapporto fra partiti e società “alle radici”. E dunque: sul territorio. Dovunque. Per questo, anche i risultati in controtendenza, come la vittoria del centrosinistra in alcuni capoluoghi di provincia del profondo Nord e del Nordest (Sondrio, Vicenza, Udine), rischiano di finire sullo sfondo. Un “pannicello caldo”, l´ha definita, ieri, Massimo Giannini, su Repubblica.it. Visto che le elezioni politiche di due settimane fa hanno celebrato l´eterno ritorno del Nord e della Lega. Tuttavia, non conviene svalutare Vicenza. Dove Achille Variati, candidato del Pd, si è imposto di misura, risalendo, al ballottaggio, di quasi 20 punti percentuali e di 6000 voti. Mentre la candidata del Centrodestra, Lia Sartori, ha recuperato solo 150 voti. Perdendo non solo gli otto punti di vantaggio precedenti. Ma soprattutto le elezioni. Certo, il successo di Vicenza non può lenire la ferita di Roma, che è profonda e non rimarginabile. Né può mascherare il rapido logoramento dei legami locali del Centrosinistra e del Pd subito in questa occasione. Tuttavia, può servire. Anzitutto, a capire il Nord, senza attendere la prossima ondata leghista. E poi a cogliere il senso delle difficoltà incontrate dal Pd, non solo a livello locale. Ma più in generale: come modello di partito.
D´altronde, nel suo piccolo, anche Vicenza è diventata (suo malgrado) una capitale: del “forza-leghismo”. Sede del Parlamento Padano. Il luogo da cui Silvio Berlusconi, nel marzo 2006, in occasione dell´Assemblea nazionale di Confindustria, lanciò la rincorsa a Prodi. Da dieci anni governata da un sindaco (ner)azzurro. Logica la tentazione di spiegare questo risultato come un accidente. O, più semplicemente, di rimuoverlo. Come ogni evento lontano dal “caput mundi”. Eppure, un po´ di riflessione servirebbe a capire che il “caso”, come ovunque, c´entra (tanto più quando si vince di 500 voti). Ma contano di più altre ragionevoli ragioni.

1. Anzitutto, il pregiudizio che disegna il Nord come un porto avvolto nella nebbia. Verdeazzurra. E´ un pregiudizio. Per limitarci al Nordest, considerata una “Vandea”, il centrosinistra amministra molte realtà fra le più importanti. Da Venezia a Padova. A Udine. Senza dimenticare Trento e Bolzano (province autonome comprese). Fino all´anno scorso anche a Verona. Fino a due settimane fa il Friuli-Venezia Giulia. Quanto a Vicenza, capitale forza-leghista, non è mai stata forza-leghista. Due anni fa, al referendum sulla devolution, la maggioranza dei cittadini ha votato contro. Cinque anni fa Vincenzo Riboni, candidato dell´Ulivo, al ballottaggio ottenne il 47% dei voti. Gli stessi sondaggi condotti negli ultimi sei mesi a Vicenza, con regolarità (da Ipsos e Demos), delineavano una situazione di incertezza. Perfino una settimana fa (Demos, 17-18 aprile, 1000 casi) i due candidati apparivano perfettamente alla pari. Considerarla perduta a priori era un pregiudizio infondato.

2. L´importanza del candidato e del sistema di selezione. Lia Sartori è stata scelta dall´alto. Tra conflitti e mediazioni che hanno opposto Lega e Forza Italia, anche al loro interno. Un tempo figura d´apparato della sinistra socialista. Oggi “donna forte di Forza Italia”. Vicina al governatore Giancarlo Galan. “Una di Thiene”, ricca cittadina commerciale, a poca distanza da Vicenza. Lo stesso che candidare a sindaco di Malo “uno di Isola”, direbbe Luigi Meneghello. Invece Variati, cinquantenne, è un candidato vicentino, con una storia vicentina. Già sindaco fra il 1990 e il 1995. Di provenienza democristiana. Allievo di Rumor. Oggi PD. Legittimato, a inizio marzo, dalle primarie, con grande partecipazione popolare e un ampio consenso personale.

3. Il clima d´opinione attraversato da un´insicurezza sociale che riflette ragioni diverse dalla criminalità comune e dall´immigrazione. Piuttosto: dalla vicenda Dal Molin. La nuova base militare americana, concessa dal governo di centrosinistra, con l´accordo preventivo (taciuto per anni) della giunta e del governo precedenti. Ancora oggi “rifiutata” dalla maggioranza della popolazione (contrario il 53 % dei vicentini, sondaggio Demos). Non a caso, una lista ispirata da alcuni comitati contrari alla base ha conquistato il 5% al primo turno. Variati, sindaco neo eletto, ha sempre espresso dissenso nei confronti della decisione – e del centrosinistra nazionale. Per ragioni di metodo, più che di principio. La mancata consultazione dei cittadini, il deficit di confronto con il governo.

4. Infine, Variati e il Pd hanno fatto una campagna elettorale vera, vecchio stile. Porta a porta. Tutti i giorni nei quartieri, nei mercati, insieme a decine di militanti e volontari, giovani e giovanissimi, a volantinare dappertutto, in centro e in periferia. Mentre la sua avversaria quasi non si è vista.

La vittoria di Variati, dunque, è avvenuta per ragionevoli ragioni. Al contrario della sua avversaria – ma anche di Rutelli a Roma – la sua candidatura è stata espressa direttamente dagli elettori, con le primarie. Ha fatto una campagna elettorale vera, mobilitando sul territorio un Pd vero. Ha comunicato messaggi condivisi. Egli stesso è apparso, ai cittadini, competente e credibile. Anche agli elettori della sinistra e ai comitati No dal Molin. Che lo hanno sostenuto, nel ballottaggio. Senza accordi. La candidatura di Calearo, inoltre, per quanto controversa, ha aperto una fessura nel rapporto con i settori imprenditoriali e del lavoro autonomo. Così, Variati ha fatto il pieno dei voti di centrosinistra e di sinistra. Intercettando anche molti voti di centrodestra, soprattutto della Lega.
Due settimane fa Ezio Mauro ha scritto che occorre “costruire un Pd del Nord. Per vivere, o almeno per capire”. Forzando l´equazione, potremmo sostenere che, per sfidare il centrodestra, occorre costruire il Pd, ma “dovunque”. Senza imitare il “modello Berlusconi”. E´ inimitabile. Più che un “partito personale”, a questo fine, serve un “partito di persone”, che si radichi sul territorio e nella società. Non solo sui media. Ora che Roma è caduta, può risultare (forse) più facile, al Pd, guardare a Nord senza occhiali deformanti. E, con umiltà, ripartire (anche) da Vicenza.

ILVO DIAMANTI, da La Repubblica

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Lezione capitale!!

aprile 29, 2008

Roma, si cambia: Alemanno sindaco.

Rutelli sconfitto.

Zingaretti vince in provincia.

Due padri per una sconfitta


di MASSIMO GIANNINI
Lo tsunami del 13 aprile sommerge la Capitale. Com’era prevedibile, l’onda lunga della destra italiana travolge anche l’ultima, flebile “resistenza” romana. La vittoria a Sondrio o a Vicenza è un pannicello caldo, che non lenisce ma semmai acuisce la ferita profonda patita dal centrosinistra, prima a livello nazionale e poi, dopo i ballottaggi, a livello locale. Con la trionfale marcia su Roma di Alemanno la sconfitta del Pd diventa disfatta. Una disfatta che non è orfana, ma stavolta ha almeno due padri.
C’è un padre, sul piano della proiezione politica romana. Si chiama Francesco Rutelli. Nonostante l’ottimo passato da sindaco negli ormai lontanissimi anni ’90, stavolta Rutelli è stato un handicap, non una risorsa. Non è un giudizio politico, ma numerico. Il candidato alla provincia del Pd Zingaretti, nelle stesse circoscrizioni in cui si votava anche per le comunali, ha ottenuto 731 mila voti contro i 676 mila ottenuti da Rutelli. Vuol dire che quasi 60 mila elettori di centrosinistra, con un ragionato ancorché masochistico calcolo politico, hanno votato “secondo natura” alla provincia, mentre hanno fatto il contrario per il Campidoglio.
Piuttosto che votare l’ex vicepremier del governo Prodi, hanno annullato o lasciato bianca la scheda. In molti casi hanno addirittura votato Alemanno. Dunque, a far montare la “marea nera” della Capitale che ha portato alla vittoria il candidato sindaco del Pdl ha contribuito un’evidente “pregiudiziale Rutelli” a sinistra. Soprattutto nelle aree più radicali. Che magari non ne hanno mai apprezzato “l’equivicinanza” tra le disposizioni della Curia vaticana e le posizioni della cultura laica. E che forse, punendo Rutelli, hanno deciso di dare una lezione al Pd, colpevole di aver “cannibalizzato” la sinistra nel voto nazionale di due settimane fa. Con una campagna elettorale imperniata su un principio giusto (l’autosufficienza dei riformisti) ma declinato nel modo sbagliato (il principale “nemico” è la sinistra). Così Veltroni, salvo che negli ultimissimi giorni, ha finito per perdere di vista il vero avversario, cioè Berlusconi. Adottando nei confronti del Cavaliere una forma di parossistica “pubblicità involontaria”, con la trovata non proprio geniale del “principale esponente dello schieramento a noi avverso”, ripetuta ossessivamente, fino all’assurdo, e così trasformata in un boomerang .
Di questa disfatta, quindi, c’è un padre anche sul piano della dimensione politica nazionale. Quel padre si chiama Walter Veltroni. Il leader del Pd ha scontato un deficit oggettivo: nella partita sulla sicurezza, determinante nel giudizio degli elettori in tutta Italia e nelle singole città, ha dovuto inseguire il Pdl. E da sempre, in quello che Barbara Spinelli sulla Stampa definisce il “populismo penale”, la destra eccelle storicamente sulla sinistra. Semplicemente perché, nella percezione dei cittadini impauriti (giusta o sbagliata che sia) “does it better”: può farlo meglio. Ma il leader del Pd ha pagato anche un errore soggettivo: non ha capito che la sfida su Roma avrebbe richiesto un altro “metodo di selezione”, più consono all’idea del Partito democratico costruito “dal basso”, che gli elettori avevano iniziato a conoscere e ad apprezzare con le primarie.
La candidatura di Rutelli, al contrario, è il frutto dell’ennesima alchimia di laboratorio (o di loft). Una collocazione di “prestigioso ripiego”, per un dirigente che è già stato sindaco due volte, che ha corso e perso un’elezione politica nel 2001, che è stato vicepremier nel 2006 e che ora, nel nuovo organigramma del Pd sconfitto il 13 aprile, rischiava di ritrovarsi senza un “posto di lavoro”. L’opinione pubblica, di sinistra ma anche di centro e di destra, ne ha tratto la sgradevolissima impressione di una nomenklatura che usa le istituzioni come “sliding doors”. Porte girevoli, dalle quali si entra e si esce secondo opportunità pratica personale, e non secondo utilità politica generale.
Ora, sul terreno di questa incipiente Terza Repubblica, per il centrodestra si aprono le verdi vallate del governo nazionale e locale, da Milano a Roma, con la fine di quello che Ilvo Diamanti definisce il “bipolarismo metropolitano”. Per il centrosinistra, al contrario, non restano che macerie. Risultati alla mano, è difficile contestare l’irridente sberleffo di uno striscione della destra che, in serata, inneggiava a “Veltroni santo subito”, lungo la scalinata del Campidoglio: “Con le primarie ha fatto cadere il governo Prodi. Con le politiche ha cacciato i comunisti dal Parlamento. Candidando Rutelli ha perso Roma”.
L’analisi è rozza, ma ha un suo fondamento. Ora il Pd corre un rischio mortale. All’indomani della disfatta, un regolamento di conti al vertice sarà inevitabile. Ma a un anno dalle elezioni europee, nelle quali si voterà con il proporzionale, un possibile ritorno al passato (cioè alla vecchia e agonizzante divisione Ds-Margherita) sarebbe imperdonabile.
da La Repubblica

V2-Day: va tutto molto bene!

aprile 27, 2008

Spiaceva quasi, l’altroieri, sentire l’intera piazza San Carlo che sfanculava ogni dieci minuti Johnny Raiotta, il direttore del Tg1 che fa rimpiangere Mimun. Troppi vaffa per un solo ometto. Poi però uno rincasava, cercava il servizio del Tg1 di mezza sera su una manifestazione criticabilissima come tutte, ma imponente, che in un giorno ha raccolto 500mila firme per tre referendum. Invece, sorpresa (si fa per dire): nessun servizio, nessuna notizia, nemmeno una parola. Molti e giusti servizi sul 25 aprile dei politici, sulle elezioni a Roma, sul caro-prezzi, sul ragazzino annegato, poi largo spazio alle due vere notizie del giorno: le torte in faccia al direttore del New York Times e la mostra riminese su Romolo e Remo (anzi, per dirla col novello premier, Remolo). Seguiva un pallosissimo Tv7 con lo stesso Raiotta, Tremonti, la Bonino e Mieli che discutevano per ore e ore di nonsisabenechecosa. Raiotta indossava eccezionalmente una giacca, forse per riguardo verso il direttore del Corriere. Questo sì che è servizio pubblico. Così, nel tentativo maldestro di contrastare –oscurandolo- il V-Day sull’informazione, Johnny Raiotta del Kansas City ne confermava e rafforzava le ragioni. E anche i giornali di ieri facevano a gara nel dimostrare che Grillo, anche quando esagera, non esagera mai abbastanza. Il Giornale della ditta, giustamente allarmato dal referendum per cancellare la legge Gasparri, sguinzaglia per il terzo giorno consecutivo un piccolo sicario con le mèches in una strepitosa inchiesta a puntate: “La vera vita di Grillo”.

di Marco Travaglio

25 APRILE!

aprile 25, 2008

Festa della liberazione dal nazi-fascismo

da ogni forma di dittatura.

« Disapprovo quello che dite, ma difenderò fino alla morte il vostro diritto di dirlo. »
Voltaire (1694-1778).

Quale ministro della difesa?

aprile 24, 2008

Basta la foto!

Ai confini della laicità

aprile 23, 2008

Ogni giorno che passa, fra i difensori della laicità si accentua la sensazione desolante di presidiare una frontiera già attraversata in lungo e in largo dalle incursioni nemiche. Ma saranno poi sempre nemiche, tali incursioni? Se il “vescovo rosso” Fernando Lugo vince le elezioni in Paraguay ponendo fine a oltre mezzo secolo di regime di destra, salutiamo in lui un´avanzata della democrazia.
E se all´altro capo del mondo, in Polonia, un politico come Lech Walesa dichiara che “sarebbe una disgrazia” la nomina del reazionario monsignor Slawoj Leszek Glodz alla guida della diocesi di Danzica, apprezziamo il coraggio con cui – da cristiano – interferisce pubblicamente in una scelta del suo papa.
Gli esempi potrebbero essere numerosi. Basti per tutti l´importanza che l´argomento religioso riveste nella campagna elettorale di Barack Obama. Bisognerà pure che i suoi numerosi estimatori laici riconoscano quanto Gesù è presente nei suoi discorsi. Fin da quando gli ultraconservatori lo attaccavano: «Gesù Cristo non voterebbe per Barack Obama, perché Obama si è comportato in modo inconcepibile per Cristo». Sollecitandolo a invadere il loro stesso terreno con le motivazioni bibliche del suo impegno pubblico: «Dopo la stagione dei condottieri come Mosè, capaci di sfidare il faraone affermando i diritti degli afroamericani, io sento di appartenere alla generazione di Giosuè, dei continuatori». Dovremmo forse accusarlo di integralismo?
Al contrario, temo che il ritardo con cui la politica italiana si è emancipata dall´egemonia di partiti fondati su un´appartenenza religiosa, oggi ci stia giocando un brutto scherzo. La nascita del Partito democratico, inteso dai suoi fondatori come superamento degli steccati identitari, è stata così faticosa da sollecitarli a una cautela eccessiva. Tra i democratici italiani prevale tuttora l´idea anacronistica che la motivazione religiosa dell´impegno politico vada sottaciuta. Pena il rischio di urtare le suscettibilità altrui o, peggio, di evidenziare le divisioni culturali esistenti nel campo cattolico.
Naturalmente un tale scrupolo è ben lungi dallo sfiorare la destra, protesa nel tentativo di appropriarsi in toto dell´argomento religioso, ma nel frattempo svelta ad accusare di tradimento i pochi pastori d´anime che osano criticare la sua politica. Mentre i benpensanti laici restano appostati in trincea a denunciare ogni sconfinamento tra politica e religione, i leghisti milanesi non hanno esitato un minuto a rivendicare il “loro” Vangelo (in ruvido, discutibile stile padano) volantinando di fronte alle chiese contro l´arcivescovo Tettamanzi, colpevole di eccessiva sensibilità per i diritti degli immigrati senzatetto. Quarant´anni fa, nel 1968, era il dissenso cattolico a osare simili contestazioni pubbliche nei confronti della gerarchia. Trattenuto da una malintesa concezione della laicità, oggi il cattolicesimo di sinistra mugugna stordito nell´attesa che si levi, sempre più rara, la voce di un cardinale amico a rappresentarne il malessere.
Il problema italiano non è infatti che Camillo Ruini parla troppo di politica. Il problema è che nessun esponente politico gli risponde sul suo medesimo terreno della testimonianza, della prossimità, della misericordia, della coerenza, della spiritualità. I vari Prodi, Rutelli, Marini, Bindi, Parisi se lo sono proibiti, come se la sfida culturale fosse ancora delegabile ai loro riferimenti conciliari, quasi tutti scomparsi se non altro per ragioni anagrafiche.
Così si consolida il luogo comune che nel mondo contemporaneo il messaggio religioso sia appannaggio della destra. E viceversa che non possa più esistere una sinistra religiosa.
Tale rinuncia produce l´effetto di una vera e propria mutilazione. Posti di fronte alla ripetuta, frequente violazione del comandamento («Non invocherai il nome di Dio falsamente»); e di fronte allo stravolgimento dello spirito evangelico riguardo a tante persone di cui viene negata la stessa umanità, molti politici religiosi si autocensurano e con ciò si diminuiscono. Evitano di significare pubblicamente le motivazioni più profonde del loro impegno civile.
Attardandosi sulla frontiera colabrodo della laicità, rischiamo di esagerare l´importanza dei nuovi compagni di viaggio “teodem”, faticando a riconoscerli membri a pieno titolo del Partito democratico. Il fastidio diffuso nei confronti di Paola Binetti si alimenta di un equivoco. Tutt´altro che un retaggio clericale d´altri tempi, né impiccio né residuo, col suo cilicio e la sua affiliazione all´Opus Dei, la Binetti è figura politica modernissima. Il futuro ce ne riserverà sempre di più, non necessariamente agganciate come lei a una relazione fiduciaria con la gerarchia ecclesiale. Del resto il passato del cattolicesimo democratico è ricco di figure capaci di esprimere sé stesse per intero, senza che ciò violi alcun imperativo di laicità.
Vale la pena citare un ricordo di Raniero La Valle, estensore trent´anni fa del fondamentale articolo 1 della legge 194 sulla tutela sociale della maternità e l´interruzione volontaria della gravidanza. Intervenendo al Senato in difesa della legge, il cattolico di sinistra La Valle non esitò a citare il fiat evangelico di Maria al concepimento del figlio di Dio come episodio di autodeterminazione imprescindibile della donna, riconosciuta titolare inaggirabile del rapporto col nascituro anche nel Vangelo. La scelta politica e la scelta religiosa si sovrappongono più di quanto certi guardiani retrogradi della laicità siano disposti a riconoscere. Negarlo regala spazio a chi pratica l´ostentazione dei valori come strumento di potere.
Come il resto del mondo, è facile prevedere che anche l´Italia sarà palcoscenico in futuro di una sfida tra destra e sinistra religiosa, anche se baldanzosamente la destra s´illude di averla già vinta. Tale sfida rischia ovunque di logorare la tenuta del sistema democratico e il principio di laicità dello Stato. Aggrediti pure dalla miscela di fede, nostalgia, sessuofobia, pregiudizio antiscientifico, disagio esistenziale, cui ricorrono gli integralismi. Ma l´antidoto non sarà mai il divieto di una pulsione incomprimibile. Semmai è la reciproca interferenza, la contestazione dell´oscurantismo sullo stesso terreno della spiritualità.
Perché il confronto avvenga proficuamente va preservata una cornice di regole pubbliche, quelle sì da difendere in trincea. La scuola statale di tutti, per prima, come luogo formativo e d´integrazione nei valori democratici. E poi le norme laiche di un codice civile che non s´illuda di replicare mai il modello di convivenza già fallito nella democrazia ex-imperiale britannica: un comunitarismo – per dirla con Amartya Sen – che frantuma la cittadinanza in affiliazioni separate, il cui destino è finire in rotta di collisione.
Salvaguardata la laicità dello Stato. Conseguito un sistema democratico moderno i cui partiti ospitano senza distinzioni credenti, non credenti, diversamente credenti. Nel nostro tempo impaurito la politica tornerà a nobilitarsi solo rappresentando una speranza globale, e dunque – perché no – anche religiosa. Gad Lerner

Alitalia, i nomi dei colpevoli

aprile 22, 2008

ORA saranno soddisfatti. I “difensori della nazione” e i “paladini dell’occupazione”. Il Pdl che ha appena vinto le elezioni e il sindacato che ha appena perso la faccia. Il ritiro di Air France significa la fine dell’Alitalia e certifica la sconfitta dell’Italia.
Si compie il destino di un’azienda depauperata e depredata da decenni di cattiva gestione finanziaria e di pervasiva “usucapione” politica. Si chiude nel peggiore dei modi un “buco nero” costato alla collettività 15 miliardi in 15 anni, 270 euro per ogni cittadino, neonati compresi.
Solo le false anime belle, adesso, possono far finta di meravigliarsi per la rottura decisa dai francesi. Cosa si aspettavano, dopo che una partita strategica come Alitalia è stata giocata strumentalmente in un’ottusa campagna elettorale, come un derby pecoreccio tra Malpensa e Fiumicino? Cosa speravano, dopo che il futuro industriale del nostro vettore aereo è stato consumato inopinatamente in un assurdo negoziato “peronista”, come una banale vertenza sui taxi? In questo sciagurato Paese, purtroppo, funziona così. Ma nel resto d’Europa, evidentemente, il mercato ha ancora le sue regole, i suoi tempi, i suoi effetti.

Di Massimo giannini, da La Repubblica.

Comunicazione politica e campagna elettorale

aprile 21, 2008

Massimo Bray (che dirige la rivista Italianieuropei) mi ha chiesto prima del voto un articolo sulla comunicazione politica e la campagna elettorale (articolo che ho scritto l’altro ieri. Vi avverto, è lungo ma non prendetevela. Le spaziature servono solo a facilitare la lettura). Uscirà nel porssimo numero insieme, se ho capito bene, ad altri tre o quattro interventi sullo stesso argomento. Non è propriamente un testo che sviluppa i due ultimi post ma mi fa piacere pubblicarlo sul blog. Buone cose.
“Qual è, se c’è, il discorso politico più importante della storia italiana? O almeno della nostra storia recente, diciamo più o meno la sessantennale stagione repubblicana? Difficile rispondere a meno di privilegiare una scelta di parte. Per dire, la sinistra in senso lato potrebbe citare l’orazione sull’austerità di Enrico Berlinguer sul palco del teatro Eliseo. Eredi e orfani del socialismo l’atto d’accusa parlamentare di Craxi contro quel sistema che egli riteneva complessivamente responsabile dei reati che stavano travolgendo il suo partito. Altri, e con buone ragioni, il “testamento” di Aldo Moro dinanzi ai gruppi parlamentari della Democrazia Cristiana riuniti a Roma poche settimane prima della strage di Via Fani. Potremmo aggiungere alcuni tra i popolarissimi sfoghi del presidente Pertini. E per i più colti le testimonianze di civismo e cultura che attraversarono, a più riprese, i lavori dell’Assemblea costituente. E ancora, risalendo nel tempo, alcuni interventi di Gramsci, Sturzo, Gobetti. Ma questo gioco di rimandi ci porterebbe fuori strada perché attingeremmo a quel patrimonio di teorie e visioni che molto hanno pesato nel formarsi della coscienza politica di milioni di persone ma poco, relativamente poco, hanno inciso nel forgiarsi di una retorica civile del Paese, delle sue élites, del suo sostrato popolare. Col risultato che un vero “discorso” sull’Italia e degli italiani non c’è. Non lo possediamo. Mentre diverse e spesso convergenti, seppure non identiche, sono tracce e riferimenti a storie separate. A memorie distinte. Il che non è irrilevante se lo scopo è comprendere almeno in parte l’evoluzione della nostra comunicazione politica. Anche di quella più vicina a noi.

Per chi suonano le campane di Bossi

aprile 20, 2008

Io non credo che chi ha sperato nella vittoria del Partito democratico abbia confuso i suoi sogni con la realtà e un paese immaginario con quello esistente. Credo che esistano due paesi reali, due contrapposte visioni della politica e del bene comune come sempre accade in tutti i luoghi dove è assicurata la libera espressione delle idee e la libera formazione di maggioranze che governano e di minoranze che controllano il rispetto della legalità e preparano le alternative future. Molti amici mi hanno chiesto nei giorni scorsi come mai chi si è battuto per la vittoria dei democratici (ed io sono tra questi) non ha percepito che essa era impossibile.
di EUGENIO SCALFARI, da La Repubblica

PD del nord? Come?

aprile 19, 2008

Un Pd del Nord, quasi una Lega «democrat» che copra l’area della Padania e aiuti Veltroni a risalire la china. È la nuova frontiera del Loft, la questione che appassiona e divide le varie anime del partito dopo la sconfitta. Una discussione bifronte, con un lato «cofferatiano » che non dispiace al segretario e un altro che invece lo allarma. Il progetto di Sergio Cofferati è una «macroarea» che unisca Emilia Romagna, Triveneto, Lombardia, Piemonte e Liguria. Non un partito federato col Pd, ma un Pd federale. E qui sta la differenza con l’altra proposta, l’«atto di coraggio» chiesto a Veltroni da Ezio Mauro su Repubblica: «Andare da un notaio e firmare l’atto di nascita del Pd del Nord, federato al partito nazionale, con il sindaco di una grande città come segretario».