Archivio per la categoria ‘Partito democratico’
“Impronte ai bimbi rom e niente sanatoria per le badanti”
Giugno 26, 2008
Anche i bambini che vivono nei campi nomadi verranno identificati con le impronte digitali. Per dare un nome e un cognome a tutti i rom che vivono in Italia, compresi i più piccoli. Tecnicamente sarà un «censimento» e non una «schedatura etnica». Lo dice lo stesso ministro dell´Interno Roberto Maroni, consapevole di affrontare un argomento molto scivoloso. L´esecutivo, per bocca di Maroni, mantiene sull´immigrazione una linea di rigore assoluto: nessuna sanatoria generalizzata, tantomeno per le badanti. Ma la posizione di altri colleghi di governo è di segno opposto. Non è un segreto l´esistenza di una bozza di emendamento al decreto sicurezza, (autori gli uffici dei ministeri delle Pari Opportunità e del Welfare) che prevede la regolarizzazione delle straniere irregolari che già lavorano assistendo anziani con più di 70 anni. «Indiscrezioni giornalistiche», taglia corto il ministro Maurizio Sacconi. Sia sulle impronte ai minori, sia sulle badanti la reazione dell´opposizione non è per nulla tenera. Altroché censimento: per Rosy Bindi, Pd, si tratta di una vera e propria «schedatura etnica». Paolo Ferrero, ex ministro della Solidarietà sociale, Prc, parla esplicitamente di «fascismo» e dice: «Mi metterò in fila anche io per farmi schedare». Marco Minniti, ministro ombra dell´Interno per il Pd, invita ad «obbligare i genitori nomadi a mandare a scuola i loro figli: si toglierebbero i minori dalle strade e si avrebbe un loro censimento».
l’opposizione lascia aula Senato
Giugno 18, 2008I senatori dell’opposizione hanno lasciato l’Aula prima che si votasse l’emendamento “sospendi processi” presentato dai relatori al decreto sicurezza. Gli esponenti del centrosinistra stanno lasciando l’aula subito dopo l’intervento del capogruppo del Pd, Anna Finocchiaro, che è stato di critica alla norma cosiddetta ’salva-premier’.
NORMA SALVA PREMIER
Giugno 16, 2008Il Quirinale è preoccupato. Il vicepresidente del Csm Nicola Mancino altrettanto. Berlusconi lo sa, ma va avanti lo stesso.L’obiettivo è bloccare la sentenza del processo Mills dov’è imputato di corruzione in atti giudiziari. La strategia prevede due tempi: subito (oggi) un emendamento al decreto sicurezza, l’unico contenitore disponibile che gli può garantire la rapidità necessaria, per bloccare tutti i processi che “non destino grave allarme sociale” per i reati commessi fino al 2001 (come il suo). A seguire un disegno di legge per riproporre, con legge ordinaria, il lodo Schifani, inchieste congelate per le più alte cariche dello Stato. Mancino boccia entrambi i progetti. Del secondo dice: “Ci vuole una legge costituzionale”. E delle priorità ai giudici per mandare avanti i dibattimenti per reati gravi e gravissimi: “Non sono mai stato di questo avviso perché scalfisce e attenua l’obbligatorietà dell’azione penale”.
Onu e Vaticano contro la politica del governo Berlusconi in tema di immigrazione
Giugno 2, 2008
Vaticano: Il Segretario del Pontificio consiglio per i migranti, monsignor Agostino Marchetto, ha riaffermato che “i cittadini di Paesi terzi, come i cittadini comunitari, non dovrebbero essere privati della libertà personale o soggetti a pena detentiva a causa di un’infrazione amministrativa”.
Onu: in un discorso tenuto al Consiglio dei diritti umani a Ginevra, Arbour ha rinnovato l’allarme per l’aggravamento di problemi quali l’intolleranza e la xenofobia. “In Europa sono fattore di enorme preoccupazione le politiche repressive, così come gli atteggiamenti xenofobi e intolleranti, nei confronti dell’immigrazione clandestina e delle minoranze neglette. Esempio di queste politiche e di questi atteggiamenti sono la recente decisione del governo italiano di rendere reato l’immigrazione clandestina e i recenti attacchi contro campi rom a Napoli e Milano”.
2% del PIL prodotto da immigrati irregolari
Maggio 31, 2008E se per assurdo li mettessero tutti in galera? Beh, se davvero accadesse, il paese perderebbe una discreta fetta della sua ricchezza. Perché al dunque, al di là delle paure e dell’ossessione - sicurezza, i clandestini sono anche una preziosa risorsa. Per restare solo nella sfera economica, che non è certo l’unica: questo esercito di invisibili, che trova comprensione in Vaticano ma è preso di mira dal governo, quando lavora - nelle fabbriche, nei campi, nei cantieri, nelle case degli italiani - produce Pil, dunque benessere. E tanto, anche, come forse non s’immagina.
I calcoli naturalmente sono empirici. Ed è logico, poiché riguardano persone che, per definizione, vivono nell’illegalità e dunque di nascosto. Però un tentativo è possibile. Ci provano gli studiosi della Cgia di Mestre prendendo in esame i 700 mila individui che hanno presentato regolare domanda per emergere dal mondo sommerso in cui vivono. La loro ipotesi si basa sull’idea che questa marea umana ancora oscura produca quanto gli stranieri “regolari”, che sono ormai 2,5 milioni e contribuiscono al Pil per il 9,2% (dati Unioncamere).

Frequenze Tv, scontro alla Camera
Maggio 27, 2008Non bastano due modifiche per superare il muro contro muro. Per trovare un’intesa con l’opposizione e varare il decreto legge sull’attuazione degli obblighi comunitari. Quello in cui la maggioranza ha infilato il decreto “salva Rete4″ scatenando l’ira dell’opposizione. E oggi, dopo il duro scontro dei giorni scorsi, il governo frena alla Camera e annuncia una riformulazione del testo per venire incontro alle richieste dell’opposizione. Che, però, risponde picche: “Modifiche insufficienti, rimane l’opposizione ferma e netta”.
La giornata inizia con l’aula della Camera che diventa teatro di scontro. Con il Partito Democratico e l’Italia dei Valori che abbandonano l’aula in segno di protesta e per far mancare il numero legale. L’Udc, invece, resta. Secondo la rilevazione elettronica del voto mancano dieci voti ma, in base al regolamento, il presidente della Camera Gianfranco Fini considera presenti i 14 deputati che si erano iscritti a parlare pur senza partecipare alla votazione, proclamando il numero legale. Una decisione che fa infuriare l’opposizione. A quel punto e con la prospettiva di un estenuante ostruzionismo, la maggioranza tira il freno e decide di accogliere alcune richieste del Pd.
Veltroni a Milano
Maggio 24, 2008“D’ora in poi tutte le nuove candidature si sceglieranno attraverso le primarie, in modo da dare la parola ai cittadini”. Lo ha detto Walter Veltroni, leader del Partito democratico, nel suo intervento al primo forum dei circoli lombardi del Pd, tenutosi oggi a Milano.
Il neonato clandestino
Maggio 23, 2008CI SONO le leggi e le leggi vanno rispettate. Ci sono paesi nei quali vige lo jus sanguinis. Si è cittadini italiani, ad esempio, solo se si nasce da una donna e un uomo italiano. Ci sono paesi nei quali vige lo jus soli. Si è cittadini francesi, ad esempio, solo se si nasce sul territorio francese. Tutto preciso, tutto regolare come devono essere le leggi sulle quali si basa la nostra convivenza. Ma cosa succede quando un bambino, ignorando qualunque legge, nasce in mare da genitori emigranti illegali su un gommone carico di altri clandestini? Nella mitologia, nelle leggende, nelle Sacre Scritture ci sono tanti bambini che, appena nati, vengono abbandonati in acqua, sul bordo di un fiume o in mare, nascosti in un cestino. Nella mitologia, nelle leggende e nelle Sacre Scritture, quei bambini abbandonati di solito vengono salvati e una volta adulti, tornano nel loro paese, a guidare il proprio popolo e a fare giustizia. Il bambino nato su un gommone carico di clandestini è figlio di genitori somali fuggiti da un paese che è in mano alla ferocia di bande armate, un paese che non è più nemmeno uno stato. Fanno parte di quelle migliaia di sventurati che attraversano a piedi un bel pezzo d’Africa per imbarcarsi, forse in Libia, per il nostro paese. Forse il bambino nato ieri su un gommone, in mare, un giorno tornerà nel suo paese a riscattarlo e fare giustizia. Questo, di solito accade nelle leggende e nelle favole. Ma oggi, quale destino attende il piccolo somalo nato in mare a poche miglia di distanza da Lampedusa? I genitori lo hanno chiamato Abdwahd, che vuol dire fortunato: già il fatto di essere venuto al mondo vivo, di aver potuto toccare un lembo di terra, è segno di buona sorte. Ma il piccolo Abdwhad, nato clandestino, profugo da un paese che sta andando alla rovina, in un continente che si sta dilaniando tra corruzione e lotte tribali, rischia di diventare il simbolo di una umanità senza diritti e senza futuro. Di una umanità affamata, sospetta. E con i suoi genitori ed altri clandestini arriva nel nostro paese nel momento in cui si stanno preparando leggi più severe per il controllo degli immigrati, quelli che già risiedono, legalmente o illegalmente nel nostro paese, e per impedire ad altri di arrivarci, con il loro pericoloso carico di miseria e di rabbia. Quest’ultimo sbarco illegale ci dice intanto come sono inevitabilmente porose le frontiere di un paese come il nostro che appare sulle carte geografiche come una lunga lingua di terra circondata dal mare, costante miraggio per popolazioni sofferenti e calpestati. Ci dice anche che le leggi, anche le rigorose e generalmente condivise, non potranno mai impedire del tutto sbarchi clandestini e altrettanto clandestini attraversamenti di frontiera. Questo gruppo di somali arrivati ieri a Lampedusa su un gommone di non più di 8 metri, tra i quali i genitori del piccolo nato in mare, chiederanno probabilmente di avvalersi della particolare legislazione che tutela i richiedenti asilo politico. E’ possibile, è augurabile che l’ottengano. Tra le nuove, più severe, norme annunciate, mercoledì dal governo Berlusconi, in tema di immigrazione, non mi sembrava esserci alcuna revisione delle norme che limitano la concessione dello status di “rifugiato politico”. Se riuscirà a ottenerlo, se l’Italia - malgrado il giro di vite, l’introduzione del reato di clandestinità, il “muro” di leggi che sta erigendo simbolicamente intorno alle sue coste - non spegnerà il suo futuro, il piccolo Abdwahd, nato clandestino, potrà dirsi davvero fortunato.
di MIRIAM MAFAI, da La Repubblica.
Il generale senza esercito
Maggio 20, 2008Esce oggi Il volume: Ugo La Malfa, il riformista moderno. Ne è autore Paolo Soddu, ed esce oggi presso l´editore Carocci (pagg. 526, euro 38,50). Le idee, le iniziative, i successi e le sconfitte di una delle personalità più suggestive della nostra democrazia vi assumono un valore profetico.
E´ come se La Malfa si raccontasse da sé, di pagina in pagina, così costante è il ricorso, da parte del biografo, alle sue testimonianze dirette. Il «gusto della lotta e la capacità d´invenzione», da cui era animato, non conoscevano stanchezza: e perfino il rischio della «manovra politica» che molti - da Pietro Nenni a Giorgio Amendola - scorgevano talvolta nella sua azione appaiono, a rileggerli nel tempo, manifestazioni del suo bisogno di spendersi al servizio di una «causa». I contesti cambieranno ma, lungo oltre mezzo secolo, quella causa non muterà segno.
Dalla giovinezza difficile trascorsa in quell´«isola deserta» che era la Sicilia dei primi del Novecento - era nato a Palermo nel 1903 - agli anni di studio nella veneziana Ca´ Foscari; dal nascere dell´impegno antifascista sulla scia di Giovanni Amendola alla detenzione politica che gli viene inflitta nel 1928; dalle esperienze di lavoro prima, a Roma, presso la Treccani e poi a Milano nella Banca commerciale, le sue convinzioni etico-politiche non faranno che arricchirsi. Poi, a fascismo, scaduto, ci sarà il debutto nella politica vera. Le cui fondamenta sono, comunque, già piantate.
Fin dalla nascita del partito d´Azione, la presenza di La Malfa sulla scena pubblica assume significati precisi. Rottura non soltanto con il fascismo, ma anche con il prefascismo, una democrazia in gran parte arcaica. Critica rivolta ai partiti progressisti di massa, legati a un marxismo di radice ottocentesca e perciò insensibili al fascino della «modernità». Richiamo insistito alle esperienze delle sinistre europee e americane (dalla lezione di Keynes all´esempio del New Deal). Anticomunismo mai vissuto come «guerra di religione» ma assurto a sfida politica. Ferma convinzione, infine, che il Sud d´Italia possa riscattarsi dal sottosviluppo soltanto legandosi alle radici continentali della sua cultura più illustre.
Nel trasferire nella pratica simili principi interviene quel volontarismo febbrile che è il suo segno. Generale senza esercito, La Malfa è uno «spirito fiammeggiante»: così lo descrive, con inquietudine, un suo conoscente degli anni milanesi, Massimiliano Majnoni. Questi dati di carattere si manifestano per la prima volta - è il caso di ripeterlo - nel partito d´Azione, al quale egli resterà, non ostante tutto, fedele. Come l´esistenza di quella formazione politica è stata agitata e precaria, altrettanto arduo e faticoso si rivelerà, a partire dal settembre del 1946, l´itinerario di La Malfa nel partito repubblicano, cui approda dopo aver dato addio all´azionismo con una scissione nella quale lo seguono Ferruccio Parri ed altri. Quello dell´Edera è un partito non solo «storico» ma animato da un forte orgoglio identitario: ci vorrà tutta la sua costanza quasi missionaria per diventarne, da «intruso», leader, a dispetto di dirigenti sperimentati come Giovanni Conti e Randolfo Pacciardi. Il duello da lui ingaggiato con quest´ultimo assume un rilievo speciale, data la rocciosa personalità dell´antagonista. Il quale tuttavia gli facilita il compito assumendo posizioni poco consone al proprio passato: l´approdo ultramoderato di un antifascista del suo rango contribuirà non poco a segnarne il tramonto.
La Malfa, al contrario, risorgeva di continuo dopo ogni disinganno.
Sembrava destinata a non conoscere fine l´impopolarità che al leader repubblicano procurò dieci anni più tardi, fra i laici progressisti, l´adesione al centrismo incarnato da Alcide De Gasperi ed Ezio Vanoni. E tuttavia l´ascolto di La Malfa a sinistra non ne risultò granché menomato. Mai gli furono seriamente contestati né l´onestà personale, né il patriottismo democratico. Per lui, artefice della liberazione degli scambi e fautore appassionato della programmazione, lo stesso modo di essere «di sinistra» esulava dai canoni consueti. Gli idoli, i malintesi dottrinari, le sudditanze ideologiche subìti dai partiti progressisti «di massa» gli parvero, sempre, equivoci da contrastare. In lui, il ripudio del «marxismo volgare» era assoluto.
Ciò che meglio aiuta a interpretare il leader palermitano, e le sue inquietudini, è l´interrogativo che un dirigente del partito d´Azione, Mario Paggi, rivolse ai suoi colleghi poco prima che il partito stesso, nell´ottobre del ‘47, cessasse di esistere: che cosa gli «azionisti» vogliono costruire nella politica italiana, «un grande partito democratico o una piccola eresia socialista?». La Malfa era, e sarebbe rimasto, dalla parte di «un grande partito democratico».
L´azionismo non seppe o non poté esserlo. Ma quel sogno lui continuerà a concepirlo. E così non si illuderà certo che il Pri possa dilatare i propri confini di «piccolo partito di massa» fino a fare la concorrenza alle formazioni egemoni. Ma riuscirà a collocarne le esigue forze lì dove pensava giovassero al suo progetto.
Ai comunisti aveva sempre rivolto obiezioni di fondo, estendendole per lungo tempo ai loro alleati frontisti. «L´amico Pietro Nenni», si legge in un suo vecchio articolo, «non cessa di lanciare anatemi contro gli spiriti maligni che vorrebbero legare il Psi», staccandolo dal comunismo, «a una formazione di centro». Ma così, aggiungeva, «si torna allo schieramento tradizionale (forze reazionarie e forze marxiste) che funesta l´Europa da alcuni decenni».
Già in questo intervento, che risale al gennaio del ‘45, La Malfa vaticinava non solo il centro-sinistra, ma anche una svolta che vedesse il Pci diventare, con il ripudio della sua fedeltà all´Urss, forza di governo. Sarebbe poi stato Nenni ad avvicinarsi alle posizioni lamalfiane, alle quali si sarebbero accostati anche i comunisti (così, a tratti, sembrava lecito sperare). Ma quando, e in che forma? Solo nel 1976-78 il monocolore Andreotti detto, con locuzione bizantina, «della non sfiducia» avrebbe visto l´intera sinistra, comunisti inclusi, associarsi in un ruolo di larvata responsabilità statuale. E nel governo successivo, sempre presieduto da Andreotti, il Pci sarebbe entrato nella maggioranza sullo sfondo del dramma di Moro e in una scenografia rovinosa per la Repubblica. Ma anche questo sforzo fu presto contraddetto.
Per un´intera stagione - lo racconta in dettaglio questo volume - il leader repubblicano aveva esortato il Pci a farsi carico dei destini del Paese. Ormai era tardi. La sua personale esistenza stava per concludersi, ma l´estrema sinistra non smentiva i propri tempi. I due orologi non si accordavano. Apparve ingeneroso il rifiuto che, tra il febbraio e il marzo del 1979, il partito di Berlinguer oppose al tentativo di Ugo La Malfa di formare un governo con il suo sostegno.
Di lì a poco il capo repubblicano avrebbe portato con sé, nella morte, un cruccio irrisolto. Un appello senza risposta.





