Archivio per la categoria ‘Blogroll’

“Impronte ai bimbi rom e niente sanatoria per le badanti”

Giugno 26, 2008

Anche i bambini che vivono nei campi nomadi verranno identificati con le impronte digitali. Per dare un nome e un cognome a tutti i rom che vivono in Italia, compresi i più piccoli. Tecnicamente sarà un «censimento» e non una «schedatura etnica». Lo dice lo stesso ministro dell´Interno Roberto Maroni, consapevole di affrontare un argomento molto scivoloso. L´esecutivo, per bocca di Maroni, mantiene sull´immigrazione una linea di rigore assoluto: nessuna sanatoria generalizzata, tantomeno per le badanti. Ma la posizione di altri colleghi di governo è di segno opposto. Non è un segreto l´esistenza di una bozza di emendamento al decreto sicurezza, (autori gli uffici dei ministeri delle Pari Opportunità e del Welfare) che prevede la regolarizzazione delle straniere irregolari che già lavorano assistendo anziani con più di 70 anni. «Indiscrezioni giornalistiche», taglia corto il ministro Maurizio Sacconi. Sia sulle impronte ai minori, sia sulle badanti la reazione dell´opposizione non è per nulla tenera. Altroché censimento: per Rosy Bindi, Pd, si tratta di una vera e propria «schedatura etnica». Paolo Ferrero, ex ministro della Solidarietà sociale, Prc, parla esplicitamente di «fascismo» e dice: «Mi metterò in fila anche io per farmi schedare». Marco Minniti, ministro ombra dell´Interno per il Pd, invita ad «obbligare i genitori nomadi a mandare a scuola i loro figli: si toglierebbero i minori dalle strade e si avrebbe un loro censimento».

Soldati

Giugno 15, 2008

2500 militari affiancati a 250000 uomini delle forze dell’ordine.

A che cosa serve????

Risponde il sindacato di polizia: operazione di facciata.

Non è il mondo in cui voglio vivere!!!

Maggio 6, 2008
Intolleranza verso le donne

Non è il mondo in cui voglio vivere!!!

Tolleranza verso il diverso.

Riprendiamo senza esitazioni a difendere la cultura dell’inclusione.

Mi sento insicuro!

Maggio 5, 2008

È il Nord Est, secondo i servizi segreti italiani (l’Aisi), “la zona a più alta densità di militanti naziskin del Paese”. Secondo il rapporto dell’Agenzia informazioni e sicurezza interna, proprio nel bacino fra Verona (la città dove è stato aggredito Nicola Tommasoni), Vicenza, Padova e Treviso, il “fronte skinheads-Vfs, costituito a Vicenza negli anni Ottanta e ispirato al modello britannico, conta su alcune centinaia di giovani attivisti”. Il loro è il look del “guerriero metropolitano”. Fanno pugilato, thai box e sollevamento pesi, e si riconoscono nei valori fondanti dello skin style individuati nell’appartenenza di classe e nel sentimento nazionalista”. La dimensione ideologica, come il richiamarsi ai legionari romani, c’entra poco, ma è utile “per saldare gli atteggiamenti improntati alla forza fisica ad un ruolo socio politico”.

PD e territorio

Maggio 4, 2008

“Ma forse il problema è proprio lì. Il rapporto con il territorio. Troppo forte e troppo fatuo, al tempo stesso. Il territorio: in cui il Pd appare imprigionato. E che, al contempo, non riesce a rappresentare davvero.
Risulta, infatti, evidente, ma anche inquietante, il grado di coerenza e continuità territoriale con la base elettorale della sinistra comunista e postcomunista espresso dal Pd. La cui attuale geografia del voto riproduce, con poche variazioni, quella delineata dai Ds nel 1996, dal Pds nel 1992, fino al Pci nel 1953.
La personalizzazione e la mediatizzazione, imposte da Veltroni, non sembrano aver spostato i confini del voto. Neppure le primarie. Che hanno garantito una grande mobilitazione, ma riproducono ancora, in parte, il peso del passato. Non solo delle tradizioni storiche. Anche delle organizzazioni di partito; dei gruppi di pressione locali. Come dimostra la geografia della partecipazione dello scorso ottobre. Che ha raggiunto i livelli più elevati nel Mezzogiorno (con alcune punte stratosferiche come in Calabria). Superiori perfino alle regioni “rosse”. Nel Sud, effettivamente, il Pd è cresciuto. Ma in misura modesta. E molto inferiore al Pdl.
In altri termini, abbiamo l´impressione che il “nuovo” Pd sia rimasto imprigionato dentro logiche vecchie. Che hanno ostacolato anche la capacità di leggere, correttamente, ciò che sta avvenendo sul territorio. Il viaggio di Veltroni attraverso il Nord, ad esempio, ha raccolto grande partecipazione. Ha reso visibile una domanda sociale ampia e generosa. Che, tuttavia, era ed è rimasta minoranza. La richiesta di cambiamento è stata intercettata perlopiù dalla Lega.
Nei pochi luoghi significativi dove ha vinto, peraltro, il Pd “nazionale” è stato colto di sorpresa. Come a Vicenza. Una vittoria inattesa. Considerata un caso fortuito e fortunato. Quasi che recuperare 3 punti percentuali in cinque anni (a Vicenza il centrosinistra aveva ottenuto il 47% al secondo turno, nel 2003) fosse più sorprendente che perderne 20 a Roma in due anni.
Il Pd, in altri termini, ci sembra ancora un progetto incompiuto. Riflette una domanda diffusa. Ha raccolto un ampio sostegno sociale. Riscuote attenzione e curiosità, nei settori moderati e di sinistra. Una “novità” attraente, ma “vecchia” dal punto di vista del gruppo dirigente. Nazionale e ancor più locale. Dove i giovani, le donne, i lavoratori, gli imprenditori, insomma, i “nuovi”, quando si affacciano alla politica trovano porte strette. La strategia di marketing, utilizzata da Veltroni per forzare questo limite attraverso candidature simboliche (il piccolo imprenditore, la giovane ricercatrice, l´operaio ecc.), alla fine, si è scontrata con una realtà “radicalmente” (= alla radice) diversa. Dove prevalgono i “vecchi”, non solo e non tanto per età. Ma per mentalità e carriera.
D´altronde, i leader del Pd - grandi e piccoli, centrali e locali - sembrano impermeabili a ogni mutamento di sigla, a ogni cambio d´epoca, a ogni sconfitta. (E, sia chiaro, non ci riferiamo a Veltroni). Insensibili al crollo dei muri, delle ideologie e dei partiti. Altrove, negli Usa e in Europa, abbiamo assistito, in questi ultimi anni, al “ritiro” di figure come Gore, Kerry, Schroeder, Aznar, Gonzales, Blair. Battuti di poco. A volte, neppure. In Italia, salvo Prodi (l´unico, peraltro, ad aver vinto una elezione e mezza contro il Cavaliere), nessuno si dimette; nessuno paga le sconfitte subite in città e regioni importanti. Non solo: gli sconfitti vengono premiati con nuovi incarichi di prestigio. Mentre tutto il gruppo dirigente - ex comunista ed ex-democristiano - ha affollato le liste del Pd, occupando posti di assoluta sicurezza. In centro e in periferia.
Il Pd: è rimasto a metà del guado. Incerto. Fra partito di iscritti e partito elettorale. Fra personalizzazione nazionale e oligarchia locale. Agita le primarie come una bandiera. Ma non le usa per selezionare i candidati alle elezioni politiche; spesso neppure alle amministrative. Mentre, a livello nazionale, fino ad oggi sono servite a confermare leader pre-destinati. Vorrebbe rappresentare il Nord restando Lega Centro. I piedi in Emilia e in Toscana. La testa a Roma
E´ uno strano albero, questo Pd. Le radici salde. Fin troppo. Non riescono a propagarsi. Il fusto fragile. I rami rinsecchiti. Le foglie crescono. Tante.
Ma cadono presto.” ILVO DIAMANTI, da La Repubblica

Lezione capitale!!

Aprile 29, 2008

Roma, si cambia: Alemanno sindaco.

Rutelli sconfitto.

Zingaretti vince in provincia.

Due padri per una sconfitta


di MASSIMO GIANNINI
Lo tsunami del 13 aprile sommerge la Capitale. Com’era prevedibile, l’onda lunga della destra italiana travolge anche l’ultima, flebile “resistenza” romana. La vittoria a Sondrio o a Vicenza è un pannicello caldo, che non lenisce ma semmai acuisce la ferita profonda patita dal centrosinistra, prima a livello nazionale e poi, dopo i ballottaggi, a livello locale. Con la trionfale marcia su Roma di Alemanno la sconfitta del Pd diventa disfatta. Una disfatta che non è orfana, ma stavolta ha almeno due padri.
C’è un padre, sul piano della proiezione politica romana. Si chiama Francesco Rutelli. Nonostante l’ottimo passato da sindaco negli ormai lontanissimi anni ‘90, stavolta Rutelli è stato un handicap, non una risorsa. Non è un giudizio politico, ma numerico. Il candidato alla provincia del Pd Zingaretti, nelle stesse circoscrizioni in cui si votava anche per le comunali, ha ottenuto 731 mila voti contro i 676 mila ottenuti da Rutelli. Vuol dire che quasi 60 mila elettori di centrosinistra, con un ragionato ancorché masochistico calcolo politico, hanno votato “secondo natura” alla provincia, mentre hanno fatto il contrario per il Campidoglio.
Piuttosto che votare l’ex vicepremier del governo Prodi, hanno annullato o lasciato bianca la scheda. In molti casi hanno addirittura votato Alemanno. Dunque, a far montare la “marea nera” della Capitale che ha portato alla vittoria il candidato sindaco del Pdl ha contribuito un’evidente “pregiudiziale Rutelli” a sinistra. Soprattutto nelle aree più radicali. Che magari non ne hanno mai apprezzato “l’equivicinanza” tra le disposizioni della Curia vaticana e le posizioni della cultura laica. E che forse, punendo Rutelli, hanno deciso di dare una lezione al Pd, colpevole di aver “cannibalizzato” la sinistra nel voto nazionale di due settimane fa. Con una campagna elettorale imperniata su un principio giusto (l’autosufficienza dei riformisti) ma declinato nel modo sbagliato (il principale “nemico” è la sinistra). Così Veltroni, salvo che negli ultimissimi giorni, ha finito per perdere di vista il vero avversario, cioè Berlusconi. Adottando nei confronti del Cavaliere una forma di parossistica “pubblicità involontaria”, con la trovata non proprio geniale del “principale esponente dello schieramento a noi avverso”, ripetuta ossessivamente, fino all’assurdo, e così trasformata in un boomerang .
Di questa disfatta, quindi, c’è un padre anche sul piano della dimensione politica nazionale. Quel padre si chiama Walter Veltroni. Il leader del Pd ha scontato un deficit oggettivo: nella partita sulla sicurezza, determinante nel giudizio degli elettori in tutta Italia e nelle singole città, ha dovuto inseguire il Pdl. E da sempre, in quello che Barbara Spinelli sulla Stampa definisce il “populismo penale”, la destra eccelle storicamente sulla sinistra. Semplicemente perché, nella percezione dei cittadini impauriti (giusta o sbagliata che sia) “does it better”: può farlo meglio. Ma il leader del Pd ha pagato anche un errore soggettivo: non ha capito che la sfida su Roma avrebbe richiesto un altro “metodo di selezione”, più consono all’idea del Partito democratico costruito “dal basso”, che gli elettori avevano iniziato a conoscere e ad apprezzare con le primarie.
La candidatura di Rutelli, al contrario, è il frutto dell’ennesima alchimia di laboratorio (o di loft). Una collocazione di “prestigioso ripiego”, per un dirigente che è già stato sindaco due volte, che ha corso e perso un’elezione politica nel 2001, che è stato vicepremier nel 2006 e che ora, nel nuovo organigramma del Pd sconfitto il 13 aprile, rischiava di ritrovarsi senza un “posto di lavoro”. L’opinione pubblica, di sinistra ma anche di centro e di destra, ne ha tratto la sgradevolissima impressione di una nomenklatura che usa le istituzioni come “sliding doors”. Porte girevoli, dalle quali si entra e si esce secondo opportunità pratica personale, e non secondo utilità politica generale.
Ora, sul terreno di questa incipiente Terza Repubblica, per il centrodestra si aprono le verdi vallate del governo nazionale e locale, da Milano a Roma, con la fine di quello che Ilvo Diamanti definisce il “bipolarismo metropolitano”. Per il centrosinistra, al contrario, non restano che macerie. Risultati alla mano, è difficile contestare l’irridente sberleffo di uno striscione della destra che, in serata, inneggiava a “Veltroni santo subito”, lungo la scalinata del Campidoglio: “Con le primarie ha fatto cadere il governo Prodi. Con le politiche ha cacciato i comunisti dal Parlamento. Candidando Rutelli ha perso Roma”.
L’analisi è rozza, ma ha un suo fondamento. Ora il Pd corre un rischio mortale. All’indomani della disfatta, un regolamento di conti al vertice sarà inevitabile. Ma a un anno dalle elezioni europee, nelle quali si voterà con il proporzionale, un possibile ritorno al passato (cioè alla vecchia e agonizzante divisione Ds-Margherita) sarebbe imperdonabile.
da La Repubblica

Milano: solidarietà e rigore

Aprile 18, 2008

Il Comune di Milano rinuncia alla causa: i figli dei clandestini, come aveva disposto il tribunale, possono essere iscritti alle scuole per l´infanzia. Cessa così il contenzioso giudiziario avviato da una madre marocchina che aveva presentato un ricorso contro una circolare di Palazzo Marino che escludeva i figli degli immigrati senza permesso di soggiorno - come sua figlia - dall´iscrizione negli asili. Mercoledì il settore servizi all´Infanzia ha emesso la “determina” che approva le nuove graduatorie. E ieri l´avvocatura del Comune, d´accordo con gli avvocati Alberto Guariso e Livo Neri (difensori dell´immigrata) ha rinunciato a impugnare l´ordinanza del giudice Claudio Marangoni, che aveva ritenuto “discriminatoria” la circolare con cui si escludeva l´iscrizione alle materne dei figli degli irregolari. Così la prima sezione del tribunale civile, presieduta dal giudice Ezio Siniscalchi, ha disposto il “non luogo a provvedere” dopo aver preso atto, che era “cessata la materia del contendere”.L´atto del Comune recepisce l´ordinanza di Marangoni, nella quale si precisa che «i minori extracomunitari privi di residenza anagrafica hanno la possibilità di essere iscritti alle scuole dell´infanzia del comune di Milano, purché abbiano in concreto la propria dimora abituale nell´ambito del territorio comunale». La bimba marocchina ora è tredicesima nella graduatoria. Ma il punteggio non tiene conto dei redditi dei genitori, proprio perché sono clandestini: «Si è provveduto all´inserimento in graduatoria attribuendo solo i punteggi relativi al bambino e alla sua dimostrata dimora abituale, nonché applicando i criteri di precedenza assoluta in graduatoria stabiliti al punto 5 della circolare 2007». Restano esclusi, per ora, i bambini extracomunitari le cui famiglie non hanno ancora dimostrato la “dimora abituale” a Milano, ma «si è provveduto a richiedere, con raccomandata, la dimostrazione di tale circostanza ai fini dell´eventuale inserimento nelle graduatorie definitive». Bollette del gas, scontrini: tutto va bene per dimostrare la “milanesità” dei piccoli immigrati. Il ripensamento arriva dopo settimane di ostinazione, da parte di Palazzo Marino, nel difendere la tesi dell´esclusione dei figli dei genitori senza permesso di soggiorno, posizione che aveva attirato le critiche della chiesa e del governo. Ieri sera l´assessorato comunale alla Famiglia, scuola e politiche sociali ha diffuso una nota nella quale bolla come «strumentale» il ricorso presentato dalla donna marocchina: «La ricorrente risulta, all´anagrafe, residente a Milano e la sua richiesta di inserimento in graduatoria, presentata prima del ricorso, già era stata avviata». Sul piano politico si riafferma il rispetto della legalità e la contrarietà alla clandestinità: «Occorrono norme chiare e ben definite ed è per questo che valuteremo la possibilità di altre azioni giudiziarie».

Duri con chi non rispetta la legge ma solidali soprattutto con i bambini!

Siamo pronti!

Aprile 16, 2008

Un governo dell’opposizione per aprire una dialettica nuova con l’esecutivo di centrodestra. E’ questa l’idea lanciata oggi in conferenza stampa da Walter Veltroni per continuare l’opera di europeizzazione del quadro politico italiano. “Avrà lo stesso numero di ministri del governo che si insedierà a Palazzo Chigi e in ogni decisione che esso prenderà stabilirà un nuovo rapporto dialettico. Il governo ombra – o shadow cabinet, come viene definito nei paesi anglosassoni – esiste in tutte le democrazie.

Grazie Zapatero!

Aprile 13, 2008

“Bisogna sempre predicare con l´esempio”, è il motto di José Luis Rodriguez Zapatero. Di esempi e scelte simboliche è zeppo l´organigramma del nuovo governo spagnolo, presentato dal premier dopo aver giurato - Bibbia e Costituzione alla mano - davanti a re Juan Carlos nel palazzo della Zarzuela. Per la prima volta, in trent´anni di democrazia, un esecutivo con più donne che uomini: nove contro otto. Per la prima volta, una donna - Carme Chacón, 37 anni, catalana, al settimo mese di gravidanza - alla guida del ministero della Difesa. Per la prima volta viene creato anche un ministero dell´Uguaglianza, affidato alla “ministra” più giovane di sempre: Bibiana Aido, finora direttrice dell´agenzia andalusa del Flamenco, ha appena 31 anni.
Continuità e innovazione, è la ricetta scelta dal leader socialista per gestire il secondo mandato. Conferme in alcuni dei posti chiave: dalla vice-premier Maria Teresa Fernandez de la Vega, che mantiene anche l´incarico di portavoce dell´esecutivo, al titolare dell´Economia Pedro Soldes, chiamato a gestire la delicatissima fase del rallentamento della crescita, che già quest´anno - secondo l´Fmi - potrebbe scivolare al di sotto del 2%. Restano anche Mariano Fernandez Bermejo alla Giustizia e Alfredo Perez Rubalcaba agli Interni: quest´ultimo considerato un personaggio chiave nella lotta contro l´Eta.
Le novità sono parecchie, e quasi tutte al femminile. A cominciare da Carme Chacón. La donna che assume la guida politica delle forze armate è giovane, è poetessa, ambientalista e soprattutto pacifista. Per lei Zapatero stravede, da sempre, forse anche perché, nel 2000, fu uno dei principali promotori della “nueva via” socialista che lo sospinse verso la segreteria del partito. Sposata da pochi mesi con Miguel Barroso, intimo amico del premier, Chacón partorirà a giugno: caso unico di un ministro che potrà usufruire di un permesso di maternità.
Ma la vera novità politica del secondo governo Zapatero sono i due nuovi ministeri voluti dal premier: Uguaglianza e Innovazione. Anche questi, gestiti da due donne. «Ho organizzato l´esecutivo in funzione degli obiettivi che ci siamo posti», ha detto il presidente. Uno degli obiettivi fondamentali è proprio quello dell´uguaglianza effettiva tra uomini e donne. Il nuovo dicastero dovrà occuparsi della «lotta contro la violenza e contro il machismo criminale, della creazione di posti di lavoro per le donne e di compiere pienamente la legge sull´uguaglianza». Un´altra delle preoccupazioni di Zapatero è legata al modello di sviluppo spagnolo, troppo legato negli ultimi anni al settore immobiliare, travolto in questi mesi da una crisi attesa, ma che si è manifestata in modo più rapido e disastroso del previsto. Il ministero dell´Innovazione - affidato da Cristina Garmendia, ricercatrice basca che presiede un´impresa del settore delle biotecnologie - dovrà fare in modo, secondo Zapatero, che «la crescita economica sia più legata all´innovazione, alla scienza e alla tecnologia». Una delle scommesse più difficili.
Il nuovo governo è nato venerdì in minoranza, con il solo voto favorevole dei socialisti in Parlamento, per scelta dello stesso premier, che ha preferito non assumere impegni troppo gravosi a cambio del sostegno dei nazionalisti, baschi o catalani. Ma lo spazio per il dialogo è aperto su tutti i fronti e dopo la turbolenta legislatura appena chiusa, l´opposizione sembra disposta ad accettare la mano tesa del premier. Venerdì alle Cortes, Mariano Rajoy è stato fra i primi a congratularsi con Zapatero dopo il voto di fiducia. 

Revisionare i libri di storia!!

Aprile 9, 2008

Una profezia o una minaccia, sicuramente un déjà vu. In caso di vittoria elettorale della destra, ha dichiarato trionfale il senatore Dell´Utri, i libri di storia saranno «revisionati». È accaduto ieri su You Tube, a raccogliere l´annunzio il massmediologo Klaus Davi. Basta con la «mistica antifascista» falsa e antinazionale. Dell´Utri non fa che ripeterlo da anni. Agguerrito, instancabile. Contro il 25 Aprile, «simbolo di tutte le menzogne», promosse tempo fa una battaglia sulle pagine del suo Domenicale. Basta con «una liturgia resistenziale, costruita su falsi storici». Ora riparte lancia in resta, lamentando la dittatura intellettuale della sinistra che impedisce alla destra di contribuire all´elaborazione culturale.
Un´ossessione, insomma. Una sortita che ci scaraventa indietro di anni, di decenni, forse ancor di più. Non fu forse Storace a fare analoga minaccia, otto anni fa, da presidente della Regione Lazio: censurare i manuale di storia perché «troppo marxisti»? «Niente di nuovo sotto il sole», commenta a caldo Enzo Collotti, tra i maggiori storici della Resistenza in Europa e curatore d´un volume laterziano su Fascismo e antifascismo. Rimozioni, revisioni, negazioni. «Non c´è da stupirsi. Sapevamo già che la destra si muove in questa direzione». La storia usata come clava, la storia riscritta ad uso della politica. «Sono disperanti», reagisce d´istinto Giuseppe Galasso, studioso d´ispirazione liberale. «L´agitazione elettorale fa fare al senatore Dell´Utri sogni troppo agitati. Consideriamolo dunque come il sogno d´una notte di fine campagna elettorale e lasciamolo lì».
Lasciamolo lì? Eppure l´appello-minaccia di Dell´Utri ripropone temi, sensibilità, argomenti che ci riportano nell´immediato dopoguerra, quando prosperò una memoria rancorosa del neofascismo fondata essenzialmente sul rovesciamento di alcuni cardini della cultura democratica. «Non trascurerei l´elemento della intimidazione», interviene Collotti. «In fondo Dell´Utri ribadisce la volontà di cancellare alcune pagine fondamentali della storia italiana», il patto fondativo dell´età repubblicana, il collante politico-culturale della nuova Italia democratica rinata dalle ceneri del fascismo.
Una storia, quella dell´ «anti-antifascismo», che ha radici antiche. Il paradigma antifascista ha resistito con fortune alterne, fino al processo intentato negli anni Novanta dalle nuove forze politiche estranee a quella vicenda - Forza Italia e Lega - se non storicamente avversarie come An. Anche la richiesta di pacificazione tra memorie contrapposte, promossa tra gli altri da Luciano Violante, s´è tradotta negli anni in una progressiva parificazione tra partigiani e repubblichini di Salò. Quella di Dell´Utri appare dunque come l´ultima aggressione che, se in prima battuta può indurre al sorriso, non è priva di serie conseguenze sul piano politico. «Sarei davvero curioso», interviene Galasso, «di conoscere con quale legge dello Stato costituzionale e civile si possano obbligare gli autori dei testi scolastici ma anche dei libri di storia a dire o non dire certe cose. E anche vorrei conoscere quali corrispondenti sistemi si penserebbe di usare per costringere le case editrici a regolarsi in conformità». La storia riscritta per legge o sotto dettatura? Niente di più lontano da una storia liberale.