«C´entra un calcolo sbagliato della destra, che poi fu lo stesso errore dell´articolo 18», mi spiega Sergio Cofferati, ancora per poco sindaco. «Il non capire che quando la gente conosce una materia, perché la vive sulla propria pelle tutti i giorni, allora non bastano le televisioni, le favole, gli slogan, il rovesciamento della realtà. Le madri, i padri, sanno come lavorano le maestre. E se gli racconti che sono lazzarone, mangiapane a tradimento, si sentono presi in giro e finisce che s´incazzano».
Perché stavolta la caccia al capro espiatorio non ha funzionato? Me lo spiega la giovane madre di tre bambini, Valeria de Vincenzi: «Non hanno calcolato che quando un provvedimento tocca i tuoi figli, uno i decreti li legge con attenzione. Io ormai lo so a memoria. C´è scritto maestro “unico” e non “prevalente”. C´è scritto “24 ore”, che significa fine del tempo pieno. Non c´è nulla invece a proposito di grembiulini e bullismo». Il fatto sarà anche che le famiglie vogliono bene ai maestri, li stimano. Fossero stati altri dipendenti statali, non si sarebbe mosso quasi nessuno. Marzia Mascagni, un´altra maestra dei comitati: «La scuola elementare è migliore della società che c´è intorno e le famiglie lo sanno. Con o senza grembiule, i bambini si sentono uguali, senza differenze di colore, nazionalità, ceto sociale. La scuola elementare è oggi uno dei luoghi dove si mantengono vivi valori di tolleranza che altrove sono minacciati di estinzione, travolti dalla paura del diverso». Come darle torto? Ci volevano i maestri elementari per far vergognare gli italiani davanti all´ennesimo provvedimento razzista, l´apartheid delle classi differenziate per i figli d´immigrati. Rifiutato da tutti, nei sondaggi, anche da chi era sfavorevole alla schedatura dei bimbi rom. «Certo che il problema esiste», mi dicono alla scuola “Mario Longhena”, un vanto cittadino, dove è nato il tempo pieno «ma bastava non tagliare i maestri aggiuntivi d´italiano».
E se domani il decreto passa comunque, nel nome del decisionismo a tutti i costi? «Noi andiamo avanti lo stesso», risponde il maestro Mirko Pieralisi. «Andiamo avanti perché indietro non si può. Non vogliono le famiglie, più ancora di noi maestri. Ma a chi la vogliono raccontare che le elementari di una volta erano migliori? Era la scuola criticata da Don Milani, quella che perdeva per strada il quaranta per cento dei bambini, quella dell´Italia analfabeta, recuperata in tv dal “Non è mai troppo tardi” del maestro Manzi».
COMITATO CIVICO PER LA DIFESA DELLA SCUOLA E DELL’UNIVERSITA’ PUBBLICHE:
Ottobre 28, 2008 alle 3:44 pm
Analisi in punta di fioretto che condivido interamente.
Infatti, i megafoni mediatici si rivolgono a quanti non vivono direttamente l’esperienza di figli in eta’ scolare e cercano di sopraffare le voci di quanti conoscono i dettagli delle vicende.
Ottobre 28, 2008 alle 7:13 pm
Bisogna dirlo che, quando si parla dei tre maestri, si intende: tre maestri su due classi e NON tre maestri per ciascuna classe. Su questa confusione ci hanno marciato parecchio!